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mercoledì 21 settembre 2011

J.C. CINEL - The Light Of New Sun


In ambito metal ci son tanti ottimi cantanti qui in Italia: pensiamo a gente come Morby, Fabio Lione, Roberto Tiranti, Michele Luppi e la lista si potrebbe allungare facilmente. Se però vogliamo concentrare l’attenzione su chi incarni la quintessenza del cantato rock, sono due i nomi che mi vengono subito in mente: Jacopo Meille (oggi orgogliosamente singer dei miti britannici Tygers Of Pan Tang) e J.C. Cinel, già membro di Wicked Minds e Jimi Barbiani Band. Proprio quest’ultimo, a pochissimi mesi dall’uscita di due veri e propri masterpieces come Back On The Tracks della J.B.B. e Visioni, Deliri, Illusioni dei W.M., pubblica in questi giorni questo suo lavoro solista che lo mette in mostra come ottimo compositore ed arrangiatore, nonché musicista di altissima caratura che si divide tra chitarre acustiche, elettriche, dobro ed armonica, se già non bastavano le ottime doti vocali. Più vicino come matrice stilistica al repertorio della Jimi Barbiani Band, magari più marcatamente cantautoriale, e lontano dai lidi hard prog toccati con l‘ultimo Wicked Minds, questo consistente lotto di 11 brani ancora una volta sembra partorito dalle parti del Missisipi, nella patria del blues ed è graziato da un lavoro di songwriting, ribadisco con forza tutto opera di J.C. Cinel, che gli americani stessi si possono sognare. Come resistere alla bellissima e ritmata Wheels Of Time, ricca di groove come i migliori Creedence Clearwater Revival ma allo stesso tempo pregna di atmosfere, o alla solare title track… Sono solo due esempi di un disco davvero “ok“, che sprizza feeling in quantità industriale e che giunge nelle nostre mani grazie agli amici di Andromeda Relix, che ringraziamo tantissimo per la collaborazione col nostro portale.
 
Voto: 8,5/10

Salvatore Mazzarella

sabato 17 settembre 2011

HOUSE OF LORDS - Big Money


La storia degli House Of Lords è complessa quanto complicata allo stesso tempo. Il gruppo è nato a suo tempo sul finire degli anni ottanta dalle ceneri dei Giuffria, si è poi fermato attorno al 1993, per riunirsi all'inizio del nuovo millenio. Ha sempre composto album di grande spessore artistico, questo "Big Money", edito dalla Frontiers Records, è l'ottavo della serie, che giunge distanza di due anni dal precedente "Cartesian Dreams". Nel complesso il nome di questa band è sinonimo di garanzia e personalmente, ho anche apprezzato molto il controverso The Power and the Myth del 2004, dove alle tastiere troviamo Derek Sherinian al posto di Giuffria, proprio perché all'epoca rappresento un segnale di sfida che però non è stato molto apprezzato all'epoca. "Big Money" nel complesso è il classico disco che puoi attendere da un gruppo di elevato spessore artistico e di livello tecnico sublime come gli House Of Lords, capace di scrivere un hard rock sopraffino che spazia tra l'hair metal e l'A.O.R., senza mai trascurare le radici più classiche degli anni settanta. Si spazia tra brani tipicamente americaneggianti, come a momenti più intensi e passionali, "First To Cry" ad esempio, ha molto lo stile dei Survivor, con la differenza che dentro c'è la forte identità degli House Of Lords, non so se il concetto è chiaro, mentre "Someday When" è un brano che negli anni ottanta sarebeb sicuramente andato in cima alle top ten mondiali. Nella band oggi troviamo James Christian alla voce, antore di una prova assolutamente eccellente ed ammaliante con il suo timbro di voce così intenso e passionale. Jimi Bell ha curato le chitarre, abili a spaziare tra l'acustico, il rock, l'heavy e perché no, anche verso un suono tipicamente orientale, che forse contraddistingue in modo notevole il sound della band. Poi c'è la sezione ritmica, con BJ Zampa alla batteria e Chris Mc Carvill al basso, sempre precisi e puntuali. La produzione è eccellente, è attuale e non ha nessuna pecca. I brani sono tutti versatili, hanno una presa facile e sono di semplice assimilazione, diamo quindi che l'impatto complessivo del disco è molto buono. Forse "Big Money" non cambierà il mondo dell'hard rock, di questo ne siamo certo, ma siamo a sua volta certi che siamo di fronte ad un grandissimo disco e questo dire che al giorno d'oggi può più che bastare.

Voto: 8/10

Maurizio Mazzarella

giovedì 15 settembre 2011

SEBASTIAN BACH - Kicking & Screaming


Dal mio punto di vista personale, il nome di Sebastian Bach resterà per sempre legato a quello degli Skid Row ed a prescindere da ogni diatriba, mi sorprende come ancora le due parti non si siano riunite. Detto questo, direi che i prodotti firmati dall'ugola statunitense, siano nettamente superiori rispetto a quelli dei suoi ex compagni, non è certo una sfida, però se i lavori degli Skid Row hanno un qualcosa di scontato, quello che caratterizza i dischi solisti di Bach è proprio l'imprevedibilità. Kicking & Screaming ci mostra un artista in forma smagliante, con una voce più cruda rispetto agli esordi, ma sempre grintosa e graffiante e circorcondata soprattutto da grandissima musica. Si, perché direi che un album come questo sia la perfetta prosecuzioni dei due primi capolavori targati Skid Row. I brani sono molto compatti, sono dotati di una linea melodica non eccissiva ed hanno un impatto fortissimo, ti penetrano nella mente sin dal primo momento e non ti lasciano. Il buon Sebastian, si è poi circondato di compagni d'avventura anche molto preparati e questo dona un ulteriore dose di qualità al disco stesso. Francamente il disco è talmente carismatico, che si mette al confine tra l'hard rock più crudo e l'heavy metal tradizionale più accessibile. C'è spazio anche per qualche brano spiazzante e direi che un pezzo come Tunnelvision ha tutte le qualità per stupire, ha un qualcosa di commerciale e strizza l'occhio anche a qualcosa del Black Label Society, con il tocco di Sebastian Bach però e vi assicuro che il ritornello è assolutamente da brividi. La produzione è davvero ottima, il suono è molto moderno ed attuale, insomma, nessun particolare è stato trascurato. Questo è il secondo disco dopo Angel Down e direi che Sebastian Bach ha colpito nuovamente nel segno, ma non vi nego che la mia speranza è di rivederlo con gli Skid Row. Nel frattempo però godiamoci questa grande musica.

Voto: 8,5/10

Maurizio Mazzarella

mercoledì 14 settembre 2011

GIRLSCHOOL - Hit And Run (Revisited)


Questo è un disco che ha fatto la storia, uscito nel marzo del 1981 e che all'epoca segnò il successo della suddetta band. Ci troviamo a parlare di un disco dal sicuro affidamento, che non stupisce per il successo avuto visti i contenuti solidi, potenti e se vogliamo accattivanti allo stesso tempo. Non ci sono assolutamente punti deboli, ma solo undici pensi di grande qualità ed immensa intensità. C'è molto dei Motorhead, ma non è certo una pecca, anzi, direi che è un merito. Basso distorto, chitarre acidi e taglienti, batteria possente. Caratteristiche che emergono maggiormenti nel classico C'mon Let's Go, in (i'm your) Victim, oltre che nella cover dei ZZ Top Tush, interpretato con potenza e velocità, con l'ulteriore capacità di travolgere, spaziando dal southern rock al metal in modo fluido. La capacità maggiore del gruppo ad ogni modo, è quella di creare melodie sempre ipnotizzanti e mai scontate, commerciali o ruffiane, cosa che rende il disco sempre fresco, dinamico nonché piacevole d'scoltare. Possiamo serenamente affermare che questo gruppo, con grande abilità, ha lavorato davvero tanto per trovare un giusto equilibrio tra potenza ed accessibilità, senza perdere mai di natura e senza mai andare fuori strada. Questa che ci troviamo a recensire, è una nuova versione nuovamente registrata dalla formazione attuale, arricchita due chicche come bonus ovvero Demolition Boys e la title-track cantata dall'ospite Doro Pesch.

Voto 8/10

Maurizio Mazzarella

venerdì 19 agosto 2011

GRAVEYARD - Graveyard


Mettere sotto contratto i Graveyard, ritengo che per la Nuclear Blast sia stato davvero un grande colpo, che forse ha spiazzato i sostenitori più incalliti della musica estrema. Ma un'etichtta deve sempre ricercare chi produce musica di qualità e la band svedese direi che ha talento da vendere. La loro ultima e seconda complessiva fatica in studio Hisingen Blues è stato un album assolutamente sbalorditivo e spiazzante, che forse è andanto ben oltre le attese. Ecco perché la label teutonica ha deciso di far propri i diritti del loro omonimo disco d'esordio dato alle stampe quattro anni fa e ripresentarlo dopo averlo messo a lucido. Da un certo punto di vista lo stile è il medesimo e su questo non ci sono assolutamente dubbi, ovvero quello di un rock psichedelico fortemente ancorato agli anni settanta, capace di tingersi a volre di un hard rock puro ed a volre di un blues intraprendente, per un sound che sicuramente piacere anche ai nostralgici di un heavy metal che resta sempre sulla cresta dell'onda. Chi però vuole fare un confronto tra i due dischi della band commette davvero un grosso errore. Con onestà non ci sono paragoni, perché Hisingen Blues è nettamente superiore a questo, anche per diversi motivi, ma direi che è anche una cosa ovvia, perché la band in questo periodo non solo è maturata da tutti i punti di vista, ma ha avuto un supporto di notevole portata che forse agli esordi non c'era. Però questo resta un disco spontaneo, purò, che già ci fa vedere e quindi constatare quanto siano bravi questi Graveyard. Io direi che hanno tutte le qualità per sfondare, lo hanno fatto i Muse ed i Darkness rispolverando suoni che sembravano ormai persi, quindi non vede perché anche loro non debbano meritare una possibilità nei palcoscenici che contano.

Voto: 7/10

Maurizio Mazzarella

venerdì 29 luglio 2011

WICKED MINDS - Visioni, Deliri, Illusioni


Non ho mai considerato gli album di covers essenziali nella discografia di un gruppo, ne sono mai stato particolarmente attratto da essi. Più che altro mi hanno incuriosito specie se, anziché un mero esercizio di stile, il gruppo di turno ha riletto la musica ivi contenuta imprimendone il proprio marchio di fabbrica. A tal proposito gli eccezionali Wicked Minds sono uno dei pochissimi gruppi, non solo di casa nostra ma anche a livello internazionale, capaci e degni di ricreare quell’hard rock che affonda le sue radici nelle trame musicali proprie di Deep Purple e Uriah Heep. Invece questo Visioni, Deliri, Illusioni è un album si di cover, che rilegge quello che è stato il glorioso prog italiano dei primi anni settanta, colorandolo con quelle tinte più forti come solo un gruppo della loro caratura poteva fare, data la loro matrice chiaramente più hard oriented integrata, comunque, da una classe fuori dal comune. Il risultato è non solo interessante ma risulta davvero divertente e particolarmente fruibile sia da chi ama l’hard rock, sia da chi ama il prog. Inoltre risulta essere un viatico indispensabile al movimento per tutti coloro, specie i più giovani, che vogliano approfondirne la conoscenza. Se poi volete anche le ciliegine sulla torta (non una signori miei ma tante…) sappiate che la metà dei successi qui contenuti vengono rivisitati con la partecipazione dei protagonisti dell’epoca. Così L’Uomo degli Osanna vede Lino Vairetti alle vocals, così come Aldo Tagliapietra presta la sua voce per Figure Di Cartone delle Orme. Martin Grice dei Delirium suona flauto e sassofono su Dio Del Silenzio, Stefano “Lupo” Galifi ricanta Zarat del Museo Rosenbach mentre la miglior rilettura, a mio giudizio, è quella di Dentro Di Me dei Dietro Di Noi Deserto, prima band di Antonio Bartocetti (Antonius Rex, Jacula) che in questa nuova incisione lascia ai posteri un grande assolo di chitarra. Sophia Baccini dei Presence sfodera una grande prestazione su brani di New Trolls e Circus 2000 mentre gli altri brani sono equamente divisi tra J.C. Cinel (già vocalist dei Wicked Minds, ora in forza alla Jimi Barbiani Band) e l’attuale e grintosissima Monica Sardella. Il tutto a cura della sempre grande Black Widow. Non credo serva aggiungere altro, vedo che lo state già cercando…

Voto: 9/10

Salvatore Mazzarella

mercoledì 20 luglio 2011

TESLA - Twisted Wires & The Acoustic Sessions...


Lo dico con estrema onestà. Sono molto orgoglioso della pubblicazione di questo disco, perché avviene grazie al lavoro incessante di un'etichetta nostrana come la Scarlet cresciuta davvero tanto negli anni ed ormai diventata un punto di riferimento per molte band non solo italiane. Il fatto che anche i Tesla vengano abbracciati da una realtà italica quindi, non può che renderci felici, allo stesso tempo però, senza voler criticare nessuno, direi che forse sarebbe stato meglio per lo stesso gruppo della California, dare un seguito congruo all'ultimo Forever More con un disco nuovo di zecca. "Twisted Wires & The Acoustic Sessions..." non è infatti un disco di soli inediti scritti recentemente. C'è una prima parte composta da sei brani registrati nel 2005 presso gli J Street Recorders studios del bassista Brian Wheat (gli ultimi con il chitarrista originale Tommy Skeoch) ed seconda con altri sei brani registrati attualmente, tra i quali ci sono le rivisitazioni acustiche di alcuni grandi classici della band in mezzo poi ci sono due bellissimi inediti, ovvero ‘2nd Street’ e ‘Better Off Without You’. Il disco nel complesso è gradevole, perché siamo di fronte ad una grandissima band, che ha sempre scritto musica di grande qualità e siamo convinti che continuerà a farlo sempre con disinvolura. Andando nel dettaglio, i brani inediti ci fotrografano la band oggi e ci presentano un gruppo capaca di scrivere musica molto intensa ed ispirata, dove la poesia è al centro di tutto. Anche quelli del 2005 seguono questa scia, anche se il fattore tecnico onestamente, lo ritengo più elevato. Le riproduzioni acustiche ci mostrano dei brani in una versione nettamente diversa, sono piacevoli da ascoltare, però penso che gli originali sono davvero un'altra cosa. Ciò che è certo, è che la loro musica è un marchio di fabbrica indelebile ed ascoltare i Tesla è sempre un immenso piacere. Complimenti infine alla Scarlet, penso che se li meritino tutti.

Voto: 7/10

Maurizio Mazzarella

mercoledì 13 luglio 2011

ROBIN GEORGE - Dangerous Music


Vi abbiamo recentemente parlato della Angel Air Records, etichetta inglese specializzata nella ristampa di piccole gemme nascoste del passato e “rifugio” di quegli artisti che, nonostante il loro talento, hanno vissuto brevi momenti di gloria e poi sono ripiombati nell’oscurità, salvo poi il continuare a vivere ai margini del music business magari macinando innumerevoli serate sempre ed ovunque. Robin George è un chitarrista la cui prima celebre apparizione è stata nella David Byron Band per poi proseguire la propria carriera con alterne fortune sia come solista, sia collaborando con artisti del calibro di Robert Plant, Phil Lynott, Carl Palmer, Glenn Hughes, John Wetton, ecc. solo per citarne alcuni. Dangerous Music è il suo highlight che ha compiuto 25 anni ed oggi viene riprposto con un art work differente, un remastering effettuato dall’artista stesso e l’estensione della tracklist con alcuni bonus remix. L’album di per se è completamente radicato negli anni 80, quando imperavano le sonorità edulcorate dei sintetizzatori e la tipica timbrica delle batterie elettroniche. I brani sono chiaramente di matrice pop rock dove la chitarra di Robin svolge un lavoro comunque egregio ma mai da protagonista, in quanto abbiamo comunque a che fare con brani cantati che cercavano uno sbocco lungo i canali mainstream. Ricca la lista dei musicisti che hanno partecipato alle incisioni di questo lavoro tra cui il compianto Phil Lynott, il grande bassista Pino Palladino col suo fretless, Dave Holland (ex batterista dei Judas Priest) e Mark Stanway (tastierista dei Magnum). Vivamente consigliato a chi, leggendo queste righe, vuol riscoprire gli anni ’80 del pop e dell’aor.

Voto: 7/10

Salvatore Mazzarella

mercoledì 6 luglio 2011

VIETCONG PORNOSURFERS - Restless, Young, Hungry And Free


Gran bel disco, esplosivo, frizzante e direi anche adrenalinico. Questi Vietcong Pornosurfers sono l’ennesima e brillante band svedese, nata con il congruo intento di farci alzare dalla polotrona anche in modo energico, per poi farci saltellare in giro con un grande sorriso stampato sulla faccia, con le corna alzate al cielo. Il loro è un hard rock misto tra punk, street e glam, che risulta nel complesso convincente grazie a brani veloci, incisive e diretti come frecce arpionate, costruiti senza troppe pretese, con grande semplicità e privi di eccessivi ipertecnicismi, ma comunque ben suonati, di grande qualità e cantati con grande competenza. “The Flag Is On Fire”, è un brano stupendo, che colpisce con la sua forza trascinante e con la sua fulminea immediatezza. Direi con grande serenità, che è uno dei migliori brani d'apertura che si potessero mai immaginare. Anche il resto del disco prosegue sullo stesso livello del brano iniziale. E' un un album che scorre senza pause, ottenendo un risultato che convince davvero in pieno. Ci sono molti cori, poche parti strumentali e soprattutto nessun momento morto, nessuna pausa. Non c’è nemmeno un attimo di respiro. Si passa da un brano all’altro con grande disinvoltura e non risultano spiazzanti nemmeno i brevi rallentamenti di ritmo del brano “Don’t Need Your Lies” (dal quale è stato anche estrapolato un video), perché dopo qualche minuto si riprende subito a correre. Anche le due tracce demo posizionate alla conclusione dell’album, che denotano anche una netta qualità inferiore nella registrazione (particolare che resta trascurabile), hanno le caratteristiche giuste per penetrare con estrema semplicità nella mente del potenziale ascoltatore. Discreta la produzione, certamente appropriata alla musica di questa band. Se amate questo genere vi piacerà.

Voto: 7,5/10

Maurizio Mazzarella

RAGDOLLS – Dead Girls Don’t Say No


I Ragdolls vengono da Varberg, una graziosa ed anche poco conosciuta città posizionate nella zona sud della Svezia, che di questi tipi di band ne sta sfornando davvero tantissime. I Ragdolls sono autori di un affascinante mix tra horror punk ed rock’n'roll ad alta velocità. Anche il look del gruppo rimarca in modo chiaro l'ispirazione del gruppo alle cult band del settore, stiamo parlando dei The Misfits o dei Frankenstein Drag Queen From Planet 13 su tutti. Un look ed uno stile che rimandano alle tematiche nel complesso molto care ai classici B-movie, nonché ai fumetti horror, dimostrandoci anche che determinati argomenti risultano attualmente sempre affascinanti ed anche interessanti. In conseguenza a questo concetto appena espresso, la band scandinava, capitanata dal cantante e chitarrista Vikki Violence, rimane stilisticamente e quindi saldamente ancorata ai classici cliché del settore, ma allo stesso tempo, cerca di adottare un suono più robusto, ruvido ed anche moderno, aggiungendo nel complesso una ventata di metal classico, in particolare nei riff di chitarra sporchi, ma sempre tecnici. Sono tutti brani dal sicuro impatto come la ruvida e robusta "Beautiful Homicide", la violenta "Halloween Night", forse il pezzo più punk del disco e "I’m A Werewolf", alzano in modo vertiginoso il tasso di adrenalina del disco, aggiungendo una forte dose di grinta e carisma, assieme ad episodi più spensierati, ma sempre di grande qualità, come "Gravediggers Dance", song dai connotati blues e la divertente "Michelle" che ricorda la colonna sonora di Ritorno al Futuro durante il ballo della scuola (vi ricordate quando Marty Mc Fly impugna la chitarra?). Tutti brani che sembrano scritti apposta per spronare tutti, persino le anime più tristi e sconsolatre. E' un gruppo che mostra costantemente qualità e talento, che però deve ancora affilare le unghie, diventare più crudo e cattivo. Il difetto è riscontrabile nella produzione, spesso troppo sporca ed a volte datata ed ovattata. Con un suono più attuale e più pulito, questo disco avrebbe resto certamente molto, ma molto di più. Se amate questo genere vi piacerà di sicuro.

Voto: 7/10

Maurizio Mazzarella

DOCTOR MIDNIGHT & THE MERCY CULT - I Decleare : Reason


I Doctor Midnight & The Mercy Cult sono un autentico supergruppo attivo da circa un paio d'anni che vede coinvolti il cantante dei Turbonegro Hank von Helvete, il bassista di Marylin Manson Tim Skold, Anders Odden chitarrista di Satyricon e Celtic Frost e Audun Stengel ascia dei The Kovenant. Questo "I Decleare : Reason" edito dalla Season Of Mist, è il loro disco d'esordio. Da un punto di vista strettamente musicale, suonano un hard rock molto sporco, che da un certo punto di vista ricorda anche fortmente le cose dei Turbonegro, anche se con questo progetto, Hank von Helvete prova ad andare avanti, cercando di evolvere in modo netto e concreto il proprio stile ed il proprio sound, rendendolo più moderno ed attuale. Non aspettatevi alcun tipo di modernismo, assolutamente, ma c'è però però un suono più morbido e certamente più accessibile, anche se sgombrando il campo da ogni possibile malinteso, non c'è nulla di commerciale, anzi, ci sono momenti dove la band picchia duro e fa comprendere in modo netto concreto quanto sia cruda e cattiva nell'approccio e nelle intenzioni. I brani viaggiano tra il versatile e l'impatto sonoro di sostanza, non godono di eccessivi virtuosismi e puntano costantemente su chitarre sporche, rozze, ma incisive e ben modulate nel complesso. Il disco ad ogni modo nel complesso è discreto, si ascolta in modo scorrevole e scivola via senza grossi intoppi, facendosi anche apprezzare grazia a melodie di facile presa. La produzione è buona, non eccelle in modo elevato, ma comunque si dimostra adatta ed appropriata per quella che è la proposta complessiva presentata nel progetto.

Voto: 7/10

Maurizio Mazzarella

JOHN WETTON - Raised In Captivity


Era da un po' che il mitico John Wetton non si cimentava in un disco completamente in versione solista. Recentemente ci ha estasiato con i pregevoli Icon in condominio con Geoffrey Downes, ma nel complesso direi che è sempre un grande piacere ascoltare la sua musica, che sia infatti con gli Asia, con gli Uriah Heep, i Whishbone Ash, i King Krimson, oppure adesso in versione solista, i suoi lavori sono sempre sopraffini e di grande qualità e questo "Raised In Captivity", il settimo se non erro, non è certo da meno. I suoi problemi di salute ad ogni modo, hanno inciso profondamente sul suo modo di comporre, tanto che questo disco risulta molto intenso, profondo e certamente ispirato. Non siamo di fronte ad un album che cambierà il mondo, da un punto di vista stilistico l'artista britannico è rimasto ancorato ad un hard rock di stampo melodico come è sempre stato nel suo classico stile, anche se di progressive rock non c'è molto. Il sound e la musicalità sono le solite, ma non la complessità degli arrangiamenti, che in questo caso risulta più semplice ed accessibile. La qualità però non viene mai meno, dinanzi a noi c'è un lavoro molto professionale, tecnicamente di grandissimo livello, con melodie raffinate ed eleganti, corredate da ritornelli spesso ipnotici ed a volte perché no, anche psichedelici se vogliamo, come nel caso della seconda traccia dell'album che tra l'altro dona anche il titolo al disco ed è forse quella che più si avvicina alle cose che Wetton ha realizzato nel suo passato più glorioso. I momenti poetici sono davvero tantissimi ed in certo senso "Raised In Captivity" è la fotografia odierna di Wetton, un artista maturo, che non perde mai l'enstusiamo e l'amore per la musica e credetemi, queste caratteristiche si intercettano costantemente per tutto l'album. E' forse questa la vera ricetta di Wetton, quella di colpire dritto al cuore di chi ascolta la propria musica. Per questo rimarrà sempre un artista di notevolissimo spessore.

Voto: 8/10

Maurizio Mazzarella

martedì 5 luglio 2011

BACKSTAGE HEROES - Too Rude To Be Cool


Dopo un primo ep (Stone Cold Cruel) autoprodotto e pubblicato nel 2008, tante date in cui i nostri hanno condiviso il palco con mostri sacri come L.A. Guns e gruppi più blasonati come Crazy Lixx, Adam Bomb ed Adler’S Appetite, i torinesi Backstage Heroes (davvero un bel nome…) fanno di nuovo tutto da soli per questo primo full length, mostrando tanta attitudine fin dal perfetto lavoro di artworking che ci mostra i nostri in pose e look da rockers incalliti. Il genere proposto affonda le sue radici nell’hard rock e nello sleaze losangeliano tipico di L.A. Guns, appunto, Motley Crue, Cinderella, Guns ‘N ‘Roses ma abbraccia anche quelle sfumature apportate in seguito dai gruppi dell’ondata scandinava come Hardcore Superstars e Backyard Babies. Il lavoro di songwriting risulta efficace, tanto che possiamo ascoltare brano incisivi come Anibody, C’ Mon, Reborn, Let’s Rock And Roll ed anche le capacità tecniche dei singoli componenti sono ottimali in relazione a questo filone musicale. Quello che serve in questo momento, a mio parere sia chiaro, è un lavoro di produzione migliore effettuato da un esperto del settore, sia per fornire ai nostri un sound più potente in sala d’incisione, sia per mettere appieno a frutto le capacità fin qui mostrate. Certo è chiaro che se un gruppo non ha un’etichetta alle spalle che li possa aiutare, non sempre si hanno mamma e papà ricchi che ti pagano il produttore di grido… Per cui quello che dico alla fine è: bravi ragazzi !!! Forza e avanti così !!!

Voto: 7,5/10

Salvatore Mazzarella

domenica 3 luglio 2011

POMPEI NIGHTS - Rather Die Than Livin' In Boundaries


L'hard rock degli anni ottanta non è morto e direi che i Pompei Nights ne sono la matematica dimostrazione. Dopo il pregevole EP 'Midnight Mistress', ecco arrivare il disco d'esordio "Rather Die Than Livin' In Boundaries", edito per l'etichetta Street Symphonies Records. Da un punto di vista strettamente musicale, la band si adagia in un classico street/glam metal, basandosi sul classico stile di mostri sacri come Skid Row, in primis ed a seguire i soliti Kis, Motley Crue, L.A. Guns e direi anche gli Extreme, in particolare quelli del mitico "Pornograffiti", i momenti più melodici, intensi ed anche ispirati di questo gran bel disco, ricordano in alcuni attimi più profondi, un grande classico come "More Than Word" per empatia, coinvolgimento e sentimento, aspetti che la dicono lunga su quello che è lo spessore artistico di questa band di prospettiva e dal sicuro avvenire. I brani non sono complessi, sono di facile presa e giovani di pregevoli ritornelli che li rendono facilmente assimilabili anche ad un primo ascolto. L'impatto del disco quindi, è davvero molto buono, si ha infatti immediatamente una buonissima impressione della musica dei Pompei Nights, che anche da un punto di vista tecnico, dimostra come band di saperci fare, sia se ci soffermiamo sulle linee di chitarra e sia se valutiamo la prova complessiva della sezione ritmica. La loro musica è trascinante, ma soprattutto è spontanea ed è questo che rimarca il vero valore della band. Impossibile quindi non lasciarsi andare ascoltando questo album, che tra l'altro gode anche di una produzione discreta, capace di donare un suono moderno ad un gerene che negli anni ottanta ha goduto del proprio momento massimo di gloria. Bravi Pompei Nigths, continuate così perché il futuro è vostro.

Voto: 7,5/10

Maurizio Mazzarella

lunedì 27 giugno 2011

AIRRACE - Back To The Start


In molti identificheranno negli Airrace uno dei vari progetti dove ha presenziao Jason Bonham, figlio del noto John dei Led Zeppellin, ma ormai sia il gruppo, che l'artista appena enunciato, hanno intrapreso un proprio percorso differente dopo essersi separati tanto tempo fa. Oggi gli Airrace ritornano con questo bellissimo "Black To The Start" e ci portano una ventata di freschezza, con musica frizzante, dinamica ed affascinante, con la melodia sempre al centro di ogni cosa, corredata costantemente dalla giusta dose di grinta e carisma. Da un punto di vista strettamente musicale non si può assolutamente sbagliare. Gli Airrace suonano un hard rock di stampo melodico con un sound tipicamente americano ispirato come facilmente intuibile ai mitici anni ottanta, ma riportato ovviamente ai giorni nostri. Nel complesso nella musica di questa band dal notevole spessore artistico, si possono trovare tracce di Journey, come di Foreigner e Survivivor, la ricetta è sempre la stessa, ma quello che piace di questo gruppo è la forte personalità che persegue sempre un'identità precisa, che non sfocia mai verso altri lidi. I brani sono versatili e dinamici, sono sempre corredati da musicalità e melodie attraenti, così è impossibile non rimanere ammaliati ed ipnotizzati da canzoni composte in manira davvero impeccabile. Anche da un punto di vista tecnico ci troviamo di fronte ad un lavoro di notevole livello, soprattutto il lavoro delle chitarre di Laurie Mansworth, coadiuvato da Dean Howard è davvero stupefacente, anche spiazzante per certi versi per la grande sintonia tra i due musicisti. Eccellenti le tastiere e la sezione ritmica, ma un grosso plauso lo merita il cantante Keith Murrrell, davvero molto bravo e sempre a proprio agio tra alti e bassi. Ottima la produzione, curata in modo impeccabile, quasi maniacale. Disco di grande spessore, altamente cosigliato ai fruitori di queste sonorità.

Voto: 8/10

Maurizio Mazzarella

martedì 14 giugno 2011

NIGHT RANGER - Somewhere In California


Un disco bellissimo e da questo punto di vista c'è davvero poco o altro d'aggiungere. I Night Ranger sono una garanzia nell'ambito del rock di stampo melodico e questo grandissimo "Somewhere In California" ne è la matematica conferma. La band americana, ormai attiva da circa trenta anni, giunge con questo nuovo disco, edito dagli amici della Frontiers Records, alla pubblicazione del proprio decimo lavoro in studio, facendo ritorno sul mercato discografico a distranza di quattro anni dal precedente ed altrettanto eccellente "Hole In The Sun". Da un punto di vista prettamente musicale non ci sono novità ed onestamente è inutile prevederle o sperarle, perché lo stile di questa band è un marchio di garanzia e la loro forza è proprio la minuziosa ricerca e capacità di creare delle linee melodiche efficaci, penetranti e seducenti, miste ad una grinta ed un carisma pacato, ma sempre incisivo e determinato. Già dal brano d'apertura, si ha una idea molto ampia di quello che complessivamente ed il disco e la seguente "Lay It On Me" conferma la voglia dell band di colpire i cuori di chi ascolta il disco, senza mai rinunciare alla giusta dose di aggressività coinvolgente. Il tutto poi, è condito da una tecnica mostruosa, strabiliante ed anche spiazzante, basta ascoltare i pregevoli assoli di chitarra di Brad Gillis e Joel Hoekstra, assolutamente estasianti. Piace poi il grande lavoro delle tastiere di Christian Matthew Cullen, che non esagera mai ed usa costantemente il proprio strumento in modo ponderato e che dire poi del mitico Kelly Keagy alla batteria, sempre preciso e puntuale. Eccellente anche Jack Blades dietro al microfono, che non arriva mai ad alti toni elevati, ma che con il suo timbro rende unico ed anche raro lo stile complessivo della band. I brani hanno un pregevole impatto, oltre che una presa molto facile. Ottima la produzione, pulita e limpida, non eccessivamente moderna, ma certamente appropriata per quella che è la musica dei Night Ranger. Cosa dire, lasciatevi ipnotizzare da un grande disco di hard rock melodico.

Voto: 8,5/10

Maurizio Mazzarella

BLACK COUNTRY COMMUNION - 2


Deve essere un sodalizio perfetto quello tra i componenti di questo progetto in quanto, aldilà del risultato finale che è comunque ottimo (diciamolo subito!!!), questo è il 2° album pubblicato in meno di un anno. Voglia di battere il ferro finchè è caldo ? Può essere, ma non credo che gli artisti coinvolti abbiano così tanto bisogno di batter cassa… Glenn Hughes ha la sua splendida carriera solista, Derek Sherinian suona ovunque lo chiamino e ha un’agenda fitta d’impegni, Jason Bonham si divide tra UFO, Foreigner, reunion estemporanee degli ex-Zeppelin e mille altri progetti, Joe Bonamassa sta vivendo il suo momento migliore come protagonista del mondo della 6-corde, facendo proseliti tra il pubblico della scena rock blues ma anche di quella metal (!!!). La passione, però, unita al mestiere ha permesso loro di produrre questo nuovo lotto di 11 corposi brani che confermano quanto di buono fatto con l’album d’esordio. The Outsider apre il disco con un riffing di stampo zeppeliniano ed un refrain a base di armonie purpleiane ottimamente supportate dall’Hammond di Sherinian che, a dir la verità, svolge un lavoro di contrappunto perfetto e misurato lungo tutto l’arco del lavoro (ancora non capisco il comportamento dei Dream Theater nei suoi confronti…). Man In The Middle, di matrice sabbathiana, è graziata dalle ‘urla’ di Glenn. Acusticamente epica The Battle For Hadrian’s Wall a cui succede Save Me con un’intro liquido di tastiere che apre un mid-tempo che successivamente sfocia in atmosfere più moderne e di ampio respiro. In questo brano possiamo apprezzare il primo assolo davvero magistrale di Joe Bonamassa. Smokestack Woman è il tipico hard rock con cui abbiamo imparato ad amare The Voice Of Rock Hughes, mentre Faithless ci ricorda finalmente che è anche un grande bassista. Altro grande assolo di Mr. Bonamassa. Bello l’intermezzo vocale di An Ordinary Son dove vien fuori tutta la passione soul di Glenn Hughes che graffia alla grande anche nella successiva I Can See Your Spirit. In Little Secret apprezziamo la liricità della chitarra di Bonamassa e la sofferta interpretazione di Hughes. Suggestiva la ballad posta in chiusura, Cold, con un repentino cambio di tempo nelle battute finali su cui si staglia la splendida chitarra di Joe, autore dell’ennesimo splendido assolo. Devo aggiungere altro per convincervi che questo è un disco a cui non si può rinunciare??!! Ringraziamo Simona Lombardi della Edel Italia.

Voto: 8,5/10

Salvatore Mazzarella

lunedì 13 giugno 2011

DUFF MC KAGAN’S LOADED - The Taking


Duff è il membro dei Guns (non riesco a dire ex membro perché gli autentici restano quelli della line up di Appetite) che più mi suscita simpatia. Non so dirvi perché, sarà per quel suo essere rockstar fino ad un certo punto (quanto basta insomma…), sarà per la schiettezza e la sincerità che traspare nelle interviste, sarà per la sua semplicità. Tra l’altro è anche colui che si è dato da fare più di tutti, tra Neurotic Outsiders, Velvet Revolver e Loaded (come vorrebbe davvero chiamarli lui, al contrario di casa discografica e compagni di band che preferiscono il prefisso col suo nome) ha pubblicato un bel po’ di albums. Oggi torna sul mercato con questo The Taking, con un concept di fondo che riguarda la dipendenza dalle relazioni interpersonali, un album di semplice ed onesto hard rock che pesca un po’ dal punk (Follow Me To Hell), dal grunge della sua città di provenienza Seattle(Wrecking Ball), dal glam (Easyer Lying), dal blues (Cocaine)… Certo, così la personalità della proposta non è ben definita ma Duff non è certo un frontman di razza che deve trovare una sua dimensione! E’ semplicemente un bassista che sa anche cantare discretamente e vuole portare per il mondo la sua musica, magari insieme a dei buoni musicisti, quelli che compongono la sua band, senza molte pretese… come questo lavoro che si lascia piacevolmente ascoltare da chi dal rock cerca evasione. E tutto questo merita simpatia, stima e rispetto. Bentornato Duff !!!

Voto: 7/10

Salvatore Mazzarella

venerdì 10 giugno 2011

DEF LEPPARD - Mirror Ball "Live & More"


Onestamente dal mio personale punto di vista ci voleva un disco dal vivo per questa band gloriosa, che all'attivo, vanta la bellezza di ben dieci album in studio e tutti sempre e costantemente di pregevole fattura. L'approdo alla nostrana Frontiers, non ha fatto altro che donare nuova linfa vitale alla band e questo nuovo album live, è una sorta di modo per ripresentarsi ai propri fans di tutto il modno, come a voler dimostrare che la band britannica è più viva ed in forma che mai. Il disco è fatto davvero molto bene e rende onore a tutta la discogragfia dei Def Leppard, che con "Mirror Ball", dimostrando di non aver lasciato nulla al caso. Nel senso che la scelta delle canzoni è stata effettuata in modo ponderato, con l'obiettivo di inserire un folto numero di canzoni frizzanti e dinamiche, senza però mai tralasciare i momenti anche più melodici della band stessa. Viene dato ampio spazio ai classici, come anche ai pezzi più recenti senza fare troppe e grosse differenze. Nonostante i tanti anni di attività, "Mirror Ball" vede la band muoversi in modo dinamico in sede live, senza mai alcun calo di tono ed onestamente il disco nel suo complesso, si lascia ascoltare con grandissimo piacere. Sul piando del lavoro in studio io personalmente non ho trovato grossi ritocchi, il disco lo sento molto fedele per quello che complessivamente può essere uno spettacolo dal vivo dei Def Leppard e questo è un dato ulteriore che ci conferma lo spessore artistico complessivo del gruppo. Dal mio personale punto di vista, vedo in gran forma le due chitarre, nel particolare Vivian Campbell e Phil Collen, sempre autori di assoli e duetti di grande qualità, poi per il resto tutto rientra nella norma, come la sezione ritmica e come anche la discreta prova dietro al microfono di Joe Elliott. In conclusione, c'è davvero poco o altro d'aggiungere. Se amate questa band, aveve un altro serio motivo per continuare ad amarla, se invece non la conoscete bene, potete inziare benissimo con questo eccellente "Mirror Ball".

Voto: 8,5/10

Maurizio Mazzarella

giovedì 9 giugno 2011

WHITESNAKE - Live At Donington 1990


Un disco monumentale e nel complesso direi che c'è davvero poco o altro da aggiungere. Facciamo un balzo nel passato di circa venti anni e proviamo a vivere quel periodo glorioso per quanto riguarda il metal, un periodo poi rovinato da altri genere musicali oggi sepolti, ma questa è un'altra storia. Il concerto di Donington del 1990 è un momento storico per i Whitesnake, che vivono il loro periodo maggiormente florido. E' stato da poco pubblicato il mastodontico "Slip of the Tongue", ma alle spalle ci sono altri grandi album di spessore, come "1987", "Saint &Sinner", "Lovehunter", "Slide It In" e chi più ne ha più ne metta. Poi c'è la famosa collaborazione con il mitico Steve Vai e scusate se è poco. Ad ogni modo ci troviamo di fronte ad un disco sensazionale, una testimonianza storica certamente di notevole spessore, ma soprattuto un album dal vivo di grande valenza soprattutto da un punto di vista tecnico. Il pubblico è molto partecipe e questo penso sia merito sia della qualità dei brani, che della capacità di coinvolgimento del gruppo stesso. La scaletta è immensa, i grandi classici dei Whitesnake ci sono tutti ed ogni brano è una piccola perla di grande musica, io ad esempio adoro "Still Of The Night" che conclude il doppio cd, ma diciamo che vengono accontentati tutti i gusti, quindi è davvero un peccato citare alcuni brani a scapito di altri, perché sono tutti di vibrante importanza. Il disco poi non è stato ritoccato, è molto fedele rispetto a quello che è stato lo show della band e consente di vivere al massimo un momento storico sia per la band, che per tutto il mondo del rock e della musica a 360°. Il voto? Il massimo, su questo non ci sono dubbi e da oggi possiamo dire che come per i Deep Purple c'è lo storico "Made In Japan", per i Whitesnake c'è questo "Live At Donington 1990" e non stiamo dicendo certamente un'eresia. Cosa fate ancora inchiodiati alla sedia? Andata a comprare questo disco!!! E' un ordine!!!

Voto: 10/10

Maurizio Mazzarella