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mercoledì 20 luglio 2011

BETO VAZQUEZ INFINITY - Existence Part. 1


Stimo molto Beto Vazquez, perché lo ritengo un artista a 360° ed onestamente ho sempre gradito tantissimo i suoi lavori. Ritengo che il problema però sta nel suo mercato, nel senso che meriterebbe maggiori riscontri rispetto a quelli che detiene attualmente, a cospetto di gruppi maggiormente blasonati, che certamente vendono di più di lui, anche con prodotti nettamente più scarsi. Il progetto Infinity è nato circa dieci anni fa e l'artista argentino ha sempre coinvolto musicisti di blasone e spessore. "Existence" è la quarta opera e giunge a distanza di due anni dal precedente Darkmind ed anche questa volta non mancano i volti noti del mondo metal, come ad esempio Alfred Romero ed Enrik Garcia dei Dark Moor, Dominique Leurquin dei Rhapsody Of Fire, Slava Popova degli Operatika, Sonya Scarlet dei Theatres Des Vampires e l'ex Stratovarius Timo Tolkki. Da un punto di vista strettamente musicale, il progetto assesta le propria fondamenta nel metal neoclassico, spziano tra momenti melodici e più rock. Resta ad ogni modo un disco da ascoltare tutto nella propria completezza e non per brani singoli, perché lo ritengo un'autentica opera d'arte, dove ogni cosa è messa nel punto giusto. Ci sono dei momenti dove Beto Vazquez cerca anche di strafare ed andare oltre i limiti, con momenti troppo complessi e tortuosi, ma anche pomposi se vogliamo, ma questo comunque non influisce sulla fluidità del disco, come differentemente accadde nel disco d'esordio di dieci anni fa, sintomo che in tutto questo tempo si è verificata una netta maturazione. I brani sono versatili e si lasciano ascoltare piacevolmente, sono tutti intensi ed ispirati e sono sostenuti da pregevoli momenti poetici, oltre che da splendidi assoli di tastiere, che ben si sposano con la chitarra, sempre impeccabile. Un aspetto che conferma il notevole valore tecnico contentuo del disco. Ottima anche la prodzione, anche poteve essere resa con qualche sforzo in più più pulita e moderna. Un disco per tutti i gusti che personalmente consiglio vivamente.

Voto: 8,5/10

Maurizio Mazzarella

mercoledì 13 luglio 2011

STEEL SEAL - Redemption Denied


Un capolavoro autentico composto da una grandissima band. I nostrani Steel Seal, attivi da circa otto anni, provengono dalla regione Lazio, per la precisione dalla città di Roma e giungono con la produzione di questo grandioso "Redemption Denied", edito dalla italica Underground Symphony, alla pubblicazione del proprio secondo lavoro in studio, facendo ritorno sul mercato discografico a distanza di cinque anni dal disco d'esordio "By the Power of Thunder". La band è formata da musicisti davvero bravi e di notevole spessore artistico, tra questi citiamo il bravissimo chitarrista Marco Valerio Zangani, autore di una prova mastodontica. Nel disco inoltre, vi è la presenza dell'ex Candlemass Thomas Vikström, che si è occupato di tutte le parti vocali. Da un punto di vista stilistico, la band suona una sorta di metal neoclassico, spaziando anche tra l'hard rock dei Rainbow ed il power metal sinfonico che nel complesso in Italia è sempre rappresentato da band di notevole spessore. Da tutti questi fattori viene il sound degli Steel Seal, ben rappresentato da un'autentica opera metal come "Redemption Denied", un disco che personalmente mi ha lasciato estasiato, per la precisione a bocca aperta. I brani sono molto intensi, ispirati e passionali, sintomo che la musica di questo gruppo è nata direttamente dal cuore. Ogni pezzo ha un buon impatto, perché gode della giusta forza e di una determinata versatilità. Negli arrangiamenti c'è una netta complessità di fondo, ma questo non li rende affatto indigeribili e non incide assolutamente sulla presa di un album che si fa apprezzare immediatamente dalla prima all'ultima nota. Tutto è davvero perfetto, ogni coro, ogni riff, ogni melodia, ogni particolare, nulla è mai lasciato al caso. Anche da un punto di vista tecnico ci troviamo di fronte ad un lavoro sbalorditivo, lo ribadiamo e lo rimarchiamo, perché gli Steel Seal non solo perseguono un'identità precisa, ma sono in possesso di una personalità fortissima. Anche la produzione è davvero eccellente, il suono è molto moderno ed attuale ed è perfetto per quella che è la ricetta musicale della band romana. Io ritengo che gli Steel Seal meritano di raggiungere ampi consensi, non hanno nulla di meno di gruppi oggi più blasonati e che allo stato attuale risultano più noti, per questo fate vostro questo disco, perché siamo di fronte ad un classico del metal nostrano, un disco che farà la storia. Io ci metto la mano sul fuoco senza indugio, fate vostro questo disco e lo farete anche voi. Sostenete la buona musica, sostenete il metallo nostrano, sostenete gli Steel Seal!!!

Voto: 9/10

Maurizio Mazzarella

giovedì 30 giugno 2011

STEEL SEAL - Intervista alla Band


Intervista ai nostrani Steel Seal in occasione della pubblicazione del loro ultimo lavoro in studio:

Siete appena usciti sul mercato discografico con un nuovo album in studio, potete presentarlo ai nostri lettori?

-Redemption Denied, con Thomas Vikström dietro il microfono, è il nostro secondo CD, che fa seguito all’album d’esordio By The Power Of Thunder con DC Cooper alle parti vocali e segna per noi un’evoluzione nella continuità, per così dire. Infatti, il nuovo album si pone in sostanziale continuità con il primo lavoro all’interno del progetto cui il gruppo è nato intorno, quello di fondere l’hard rock tradizionale con il power metal neoclassico contemporaneo, e tuttavia costituisce nello stesso tempo un’evoluzione del nostro stile perché rispetto al primo CD è diverso il mix fra le due componenti che caratterizzano la nostra musica: nell’album d’esordio emergeva sicuramente il power, su Redemption Denied probabilmente è l’hard rock a prevalere. Si tratta sempre della fusione degli stessi elementi, ma miscelati in dosi diverse e quindi con effetti finali diversi. Il nuovo album rappresenta con assoluta fedeltà gli Steel Seal quando nella nostra musica prevale la componente hard rock, così come By The Power Of Thunder ci rappresentava perfettamente in un momento di prevalenza del power metal neoclassico.

Come è nata la vostra band e quali sono le vostre origini?

-Gli Steel Seal sono nati a Roma, nel 2003, dall’unione di una parte del gruppo hard rock locale Sacer Tiber con alcuni componenti dei Black Stars, cover band romana di Jngwie Malmsteen. Per iniziativa del nostro chitarrista Marco Valerio ci aggregammo intorno ad un nuovo progetto mirato a preparare materiale originale, basato, come detto prima, sulla fusione fra hard rock e power metal neoclassico, da sottoporre al giudizio del pubblico e delle case discografiche. Con la formazione iniziale registrammo il nostro Demo 2003, un CD promozionale di 5 brani con le parti di batteria sintetizzate al computer che riscosse l’attenzione di diverse Etichette discografiche nel corso del 2004 e ci portò a firmare il contratto con l’italiana Underground Symphony, alla quale siamo tuttora legati con piena soddisfazione e che ha pubblicato i nostri primi due album.

Come è nato invece il nome della band?

-Anche il monicker deriva essenzialmente da un’intuizione di Marco Valerio, subito condivisa dal resto del gruppo. Ci piacevano l’effetto del suono, molto simile, che le parole Steel Seal hanno in inglese ed il loro significato in italiano, “sigillo d’acciaio”, che ci sembrava decisamente adatto per un gruppo di metal. Inoltre nella scelta c’era anche una componente simbolica, perfino un po’ scaramantica se vogliamo, in quanto la nascita di questo gruppo doveva rappresentare la chiusura, finalmente, con tanto di “sigillatura”, della prima parte dell’attività di ciascuno di noi nel campo musicale, quella della lunga e misconosciuta gavetta, e segnare l’avvio di una nuova fase, quella del giusto e meritato riconoscimento delle nostre capacità! E così è stato, alla fine, per cui ci fa piacere pensare che il nome del gruppo, oltre ad essere bello, ci abbia anche portato fortuna...

Ci sono delle tematiche particolari che trattate nei vostri testi o vi ispirate alla quotidianità in genere? Che peso hanno di conseguenza i testi nella vostra musica?

-Fin dall’inizio della nostra attività abbiamo attribuito notevole importanza alle parole delle nostre canzoni; abbiamo quindi dedicato un impegno particolare all’elaborazione di testi di qualità ed elevato lirismo, non incentrati sulla scontata triade donne-parties-macchine veloci e che evitassero di ricadere nelle altre banalità convenzionali degli stilemi metal. Quindi, gran parte delle liriche prendono ispirazione da composizioni di famosi poeti e scrittori di lingua inglese, da William Blake ad Edgar Allan Poe, da Rudyard Kipling a John Keats, e così via, in modo da garantire che le canzoni possano disporre di versi che facciano pensare ed anche emozionare, oltre che divertire, chi li ascolta. Le tematiche affrontate sono le più diverse, anche perché non volevamo rinchiuderci in un solo genere come, per esempio, il fantasy o l’epico, e le canzoni spaziano dalle allegorie fantasy di Burn The Sky al racconto di viaggio romanzato di Time Stood Still, dall’amore infelice di Nevermore al senso della vita di Crown Of Thorns, dalla descrizione del mondo moderno sotto forma di metafora di Call To Roll a quella più cruda e realistica di Lord Of The Flies, ed altro ancora, con una varietà di spunti e suggestioni che non crediamo sia tanto facile a trovarsi nel mondo del metal.

Quali sono gli elementi della vostra musica che possono incuriosire un vostro potenziale ascoltatore e quali sono quindi le qualità principali del vostro nuovo album?

-In primo luogo, sicuramente i riff, che sono poi la struttura portante dei brani e ne condizionano in larga parte la riuscita finale: ci sembrano tutti veramente belli e di alto livello, non ci sono (pochi) brani di punta affiancati da (molti) mediocri riempitivi come purtroppo si trova fin troppo spesso in tanti album del metal contemporaneo. Come già accadde per il primo album, nelle varie recensioni di Redemption Denied che si susseguono in questi giorni quasi ogni brano è stato indicato almeno una volta come il migliore dell’album, a conferma che la qualità media delle composizioni è veramente molto, molto elevata: è stato esattamente notato da qualche recensore che i nostri lavori ricordano un po’ gli LP degli anni ‘70, in cui si aspettava che tutti i brani fossero belli. Poi, le parti strumentali, e in particolare gli assoli di chitarra e di tastiera, tecnicamente impegnativi, variegati e dotati di un inconfondibile sapore neoclassico che ci piace molto. Infine, per quanto detto in precedenza, sicuramente i testi, originali e profondi e dotati di un tocco di vera poesia che li rende realmente interessanti e suggestivi - in certi casi persino affascinanti, secondo noi, e ci auguriamo di non apparire retorici né eccessivi... Anche se sappiamo perfettamente che, alla fine, non sono così tanti, purtroppo, ad ascoltare veramente i testi con attenzione: la maggior parte degli ascoltatori rimane colpita più dal suono delle parole che dal significato e non si sofferma a riflettere sui temi trattati o ad approfondire più di tanto.

Come nasce un vostro pezzo?

-A questa domanda può rispondere al meglio il nostro chitarrista, che è anche il compositore delle nostre canzoni. (Marco Valerio:) Sì, sono io l’autore dei brani del gruppo. Gli spunti dai quali trae origine la mia creatività possono essere i più vari e non sempre ne sono io stesso pienamente consapevole, ma comunque, a seguito di essi mi nasce in mente un motivo che quasi sempre costituisce il riff principale della canzone: intorno ad esso costruisco poi il resto del brano, con le linee melodiche del cantato, il bridge e il ritornello, le parti strumentali, e così via. Altre volte, ma più raramente, il riff scaturisce spontaneamente mentre mi sto allenando sulla chitarra, quando lascio correre liberamente le dita sulla tastiera; ma questo, appunto, è meno frequente, in genere la mia creatività sta più nella mia testa che nelle mie dita. Fondamentalmente, nella maggior parte dei casi ho già in mente un’idea abbastanza precisa del risultato finale dei singoli brani quando li porto ai miei bandmates e cominciano a prendere forma con l’apporto e il contributo di tutti, ma in più di un’occasione li sottoponiamo tutti insieme a numerosi ritocchi e modifiche finché non arrivano a soddisfarci completamente, compreso qualche intervento dell’ultimo momento che inizialmente non avevo in alcun modo preventivato.

Quale è il brano di questo nuovo disco al quale vi sentite particolarmente legati sia da un punto di vista tecnico che emozionale?

-Mah, non ce n’è uno in particolare al quale, come gruppo, siamo legati più degli altri: amiamo tutti i nostri brani alla stessa maniera e nella stessa misura, anche perché, come dicevamo prima, ci sembrano tutti “pezzi pregiati” e nessuno di essi è un riempitivo o un ripiego. Il discorso è diverso, ovviamente, quando si passa a considerare l’opinione dei singoli componenti: in questo caso è normale che ciascuno di noi senta questo o quel brano come maggiormente “suo” perché più emozionante, più coinvolgente, più stimolante tecnicamente, eccetera. Ad esempio, Vikström ci ha detto di amare particolarmente il lento Nevermore, mentre Marco Valerio è molto legato a Burn The Sky, che faceva parte del suo repertorio già da diversi anni ed apriva i concerti del suo vecchio gruppo, i Sacer Tiber; Luca apprezza specialmente i mid-tempos di As Darkness Falls e Holy Thursday, come pure fa Adriano con Lord Of The Flies, mentre a Roberto piace molto la varietà di Evening Star. Come si vede, allo stesso modo dei critici, anche noi musicisti finiamo per indicare come brano preferito tutte canzoni diverse, quasi ciascuno dei brani del nuovo album...

Quali band hanno influenzato maggiormente il vostro sound?

-Uhmm, questa è una bella domanda... Per quanto riguarda la componente hard rock, diremmo sicuramente Deep Purple e Rainbow in primo luogo, mentre per quella power metal i primi nomi che ci vengono in mente sono Malmsteen e gli Stratovarius. Altri gruppi che sicuramente rientrano fra le nostre varie e numerose influenze sono i Dio, i Black Sabbath dell’era Dio/Martin, i Led Zeppelin, i Whitesnake e i Symphony X, e chiediamo scusa se ce ne sono altri ancora che abbiamo omesso di nominare. Comunque, per quanto riguarda lo stile del gruppo, qualche tempo fa abbiamo letto in un sito giapponese una fulminante definizione: “Steel Seal: when Rainbow meet Malmsteen”, che ci sembra notevolmente calzante nella sua lapidaria sinteticità... e alla fine, al di là delle influenze, la cosa più importante per noi è che il nostro stile sia particolare, personale e immediatamente riconoscibile e che la nostra anima sia e rimanga metal al 100%, caratteristiche sulla cui permanenza costante nella nostra musica ogni nostro fan può mettere tranquillamente la mano sul fuoco senza correre il rischio di bruciarsela!

Quali sono le vostre mosse future? Potete anticiparci qualcosa? Come pensate di promuovere il vostro ultimo album, ci sarà un tour con delle date live?

-Nell’immediato, speriamo proprio di riuscire ad intraprendere quanto prima una serie di serate live per promuovere al meglio il nuovo album, sia perché abbiamo tutti una gran voglia di eseguire dei brani così belli dal vivo, davanti ad un pubblico scatenato che ci dia la carica alla grande, sia perché non vorremmo che anche per il nuovo album si ripetesse quant’è purtroppo accaduto con By The Power Of Thunder, che ha sofferto certamente di una carenza di promozione dovuta alla nostra difficoltà di esibirci dal vivo. A questo scopo stiamo cercando di metter su una formazione che possa salire sul palco perlomeno in alcuni concerti in giro per l’Italia, se non anche in un vero e proprio mini-tour che includa anche delle date fuori dai nostri confini. Non è facile, perché, oltre alla necessità di reperire un cantante all’altezza di nomi come DC Cooper e Thomas Vikström, dobbiamo anche fare i conti coi nostri problemi organizzativi personali: nessuno di noi quattro è attualmente un musicista professionista a tempo pieno, tutti facciamo un altro lavoro e tutti abbiamo quindi dei limiti e vincoli piuttosto stringenti che condizionano il nostro impegno con la musica. Comunque, speriamo che tutto si risolva positivamente in breve termine, e se così fosse, voi di Informazione Metal sarete certamente fra i primi ad avere notizia dei tempi e luoghi delle serate previste!

E’ in programma l’uscita di un album dal vivo o magari di un DVD?

-No, purtroppo non è prevista nell’immediato, essendo ovviamente legata all’organizzazione di una serie minima di serate live nelle quali eseguire le registrazioni audio e video necessarie ed essendo tale organizzazione in una fase ancora largamente interlocutoria, come dicevamo prima. Potremmo invece realizzare in tempi brevi un videoclip di qualcuna delle canzoni dell’album, progetto per il quale abbiamo già in testa alcune idee che ci sembrano decisamente interessanti; neanche questo però è ancora ufficialmente deciso, dobbiamo riflettere bene sul da farsi e chi vivrà vedrà.

Come giudicate la scena musicale italiana e quali problematiche riscontrate come band?

-La scena metal italiana, i più anziani ed esperti di noi l’hanno letteralmente vista nascere, alla fine degli anni ’70, e possono testimoniare che fortunatamente si sono fatti grandi passi avanti da quei tempi, quando da noi c’era veramente ben poco e per riuscire a fare qualcosa di serio si doveva andare all’estero, come fecero con alterne fortune Astaroth, Alex Masi, Raff ed altri ancora. Oggi siamo veramente messi bene a livello di qualità e varietà musicale, con gruppi di assoluto valore che sfornano lavori di altissimo profilo praticamente in ogni ambito del metal, e non andiamo male neanche per quanto riguarda case discografiche e riviste e siti specializzati nel settore, che sono numerosi ed attivi. Ciò non toglie che ci siano ancora molte e gravi lacune, purtroppo, sia a livello di diffusione del genere che di strutture e di organizzazione. Il pubblico del metal non è aumentato proporzionalmente al numero dei gruppi e delle etichette, il mercato in Italia è ancora piccolo e limitato e ciò nonostante è saturato da decine e decine di produzioni le cui uscite si susseguono senza sosta, col risultato che gli stessi fan del genere sono disorientati e quasi travolti da una miriade di gruppi e gruppetti; i locali dove suonare dal vivo sono pochi e a volte scadenti e ci sono ancora intere zone dove non è possibile trovarne uno, c'è ancora molta diffidenza che aleggia intorno al metal; anche dove i locali ci sono, poi, non è semplice trovare gestori che siano pronti a rischiare con gruppi che suonano musica propria e propongono materiale originale, anche perché il pubblico spesso non si fa vivo ai loro concerti, mentre accorre alle serate di cover dove può sentire canzoni famose. Noi, come Steel Seal, abbiamo risentito non poco di queste problematiche, che ci hanno impedito di proporci adeguatamente dal vivo come avremmo voluto. Ma soprattutto, è a livello di mentalità, sia del pubblico che degli stessi gruppi, che secondo noi ci sono i maggiori problemi: c’è ancora troppa esterofilia, in molti casi i nostri gruppi vengono ignorati proprio da noi italiani prima ancora che dagli altri, e in questo modo non si aiuta certo la crescita del metal nostrano all'estero; poi, ancora troppi italiani tendono sempre a criticare e sminuire tutto quello che c’è in Italia e ad esaltare quanto è straniero, e questo vale anche per il metal (ad esempio, fatta salva una certa dose di pregiudizio anti-italiano che ancora resiste, il nostro primo album ha ricevuto recensioni mediamente molto più favorevoli all’estero che in Italia); infine, non c’è adeguata collaborazione e solidarietà fra i musicisti, non si riesce a “fare squadra” nemmeno fra gruppi che incidono per la stessa etichetta organizzando eventi e serate comuni e continua a prevalere il tipico individualismo nazionale per cui ognuno cura solo il proprio orticello, per misero che sia, quando non si passa addirittura il tempo a parlar male l’uno dell’altro. In conseguenza di tutto questo, è difficilissimo per un artista metal avere un ritorno economico non diciamo adeguato agli sforzi profusi, ma almeno soddisfacente. Insomma, in Italia il metal, purtroppo, si suona ancora per mera soddisfazione personale o poco più, se cerchi gratificazioni di altro tipo ti conviene cambiare genere o addirittura mestiere…

Internet vi ha danneggiato o vi ha dato una mano come band?

-Come ripetiamo sempre rispondendo alle domande su questo punto, la Rete è un’arma a doppio taglio perché da una parte può dare una grossa mano agli artisti, per i quali è diventato decisamente più facile farsi conoscere a livello mondiale e promuovere la propria attività; dall’altra, però, li danneggia senz’altro a livello di vendite ed economico in generale, in quanto il giorno successivo all’uscita l’album è già in decine di siti per il downloading gratuito illegale e le migliaia di scaricamenti abusivi fanno ulteriormente diminuire le già scarse vendite in un periodo di profonda crisi di mercato quale quello attuale. Questo danneggia gravemente tutti i gruppi ma in particolare le piccole e medie Etichette indipendenti: per tutti questi soggetti è diventato sempre più difficile ricavare dal proprio lavoro un adeguato compenso per le proprie fatiche, e lo stesso è accaduto anche per noi. Ormai crediamo che si salvino, e neanche in tutti i casi, quasi soltanto i gruppi che avevano la fortuna di essere già conosciuti ed affermati prima che iniziasse il declino del mercato discografico. Lo scaricamento illegale e la riproduzione di un numero potenzialmente infinito di copie perfette di un CD partendo da un unico originale iniziale sono due strumenti che troppo spesso sono utilizzati in modo del tutto incosciente ed irresponsabile, oltre che illegale, e rischiano seriamente di uccidere la scena musicale così come noi siamo abituati a conoscerla.

Il genere che suonate quanto valorizza il vostro talento di musicisti?

-Molto, secondo noi: riteniamo che l’hard rock e il power metal neoclassico siano sicuramente due dei generi musicali che maggiormente stimolano i musicisti e ne fanno emergere più compiutamente il talento. Nel nostro caso, la fusione dei due generi ha portato a composizioni articolate e di buona varietà: basta analizzare un po’ i nostri brani per accorgersi di come essi comprendano parti strumentali variegate ed impegnative, momenti di vero e proprio metal sinfonico, intere partiture di musica classica come nel caso dello strumentale Afterlude in D in Redemption Denied, e così via. Lo stesso discorso vale anche per le parti cantate, con il vocalist che nell’arco dell’intero album risulta impegnato praticamente su tutti i registri e gli effetti di colore e di espressione della propria estensione vocale. Ci pare quindi che il nostro genere presenti pienamente quel mix di fattori che servono a far emergere appieno la vera personalità di un artista e a consentirgli di dispiegarla nella musica che esegue. Questo richiede, naturalmente, un adeguato livello di tecnica esecutiva, anche se noi crediamo che nel campo artistico la tecnica vada sempre considerata nel contesto generale dell’opera e mai come elemento a sé stante. In generale, pensiamo che la tecnica sia come il denaro, un ottimo servitore ma un pessimo padrone: ti aiuta a realizzare le tue idee, ad elaborarle e ad esprimerle al meglio, ma se scrivi un brano solo per far risaltare le tue doti tecniche, quasi certamente ne uscirà una composizione mediocre e poco ispirata.

C’è un musicista con il quale vorreste collaborare un giorno?

-Il nostro sogno era che un giorno Ronnie James Dio potesse cantare le nostre canzoni: sarebbe stato veramente grandioso far uscire un nostro album con dietro il microfono colui che è stato forse il più grande cantante metal di sempre! Oggi quel sogno non è più realizzabile, sfortunatamente; adesso ci solletica l’idea di poter avere Lemmy dei Motorhead, un’altra leggenda del metal, a cantare e suonare il basso su uno dei nostri brani. Ci incuriosisce molto pensare a quale potrebbe essere il risultato finale: probabilmente ne verrebbe fuori un pezzo memorabile, da iscrivere a lettere d’oro negli annali del rock…

Siamo arrivati alla conclusione. Vi va di lasciare un messaggio ai nostri lettori?

-Sì, grazie, vorremmo soffermarci sulla questione, cui abbiamo già accennato, dei pregiudizi che ancora oggi colpiscono il metal italiano nel mondo e ne frenano la diffusione. Forse si potrebbe ritenere che l’argomento non interessi gli Steel Seal, visto il grande favore con cui il nostro nuovo album è stato generalmente accolto dalla critica internazionale (basti pensare che la media dei dieci voti più alti delle recensioni incluse nella nostra classifica Best Reviews è attualmente 9,3 su 10); invece, abbiamo notato che, come già accadde per By The Power Of Thunder, fra le poche valutazioni negative, la gran parte sembrano purtroppo influenzate da pregiudizi e diffidenza preconcetta, con critiche basate sul nostro aspetto esteriore o sul modo di vestire o su una presunta e mai dimostrata mancanza di professionalità da stornellatori o mandolinari. Sono i soliti stereotipi anti-italiani duri a morire anche in campo metal, purtroppo, con i gruppi del nostro Paese che devono per forza essere aggregazioni improvvisate di strimpellatori dilettanti, quando non di veri e propri furbetti poco seri ansiosi di prendere in giro il prossimo con la loro musica tra-la-la (chissà poi perché... boh). Non abbiamo mai letto affermazioni di questo tipo per i Metallica o per gli U.D.O. o per gli altri gruppi stranieri che pure portano i capelli corti, o per quelli che indossano magliette e pantaloni ispirati allo stile da skater o peggio, ma solo per noi italiani, guarda caso. Non è l’aspetto esteriore ma la mentalità giusta e lo spirito che hai dentro a fare di te un rocker, e noi italiani ne abbiamo da vendere, potete crederci!, anche senza chiodo, borchie e aspetto truce, con gli occhiali, con i capelli corti o con pochi capelli e nessuna cianfrusaglia argentata attorno alle dita o ai polsi. Allora, vorremmo dire a tutti i lettori di ribellarsi quando leggono stupidaggini di quel genere, di non subirle passivamente ma di intervenire nel dibattito, mandare lettere alle riviste, scrivere nei forum e nei blog, e così via, per far finalmente cessare questo assurdo e anacronistico atteggiamento: difendete la vostra musica, metallers italiani, il nostro futuro dipende anche da tutti noi! Grazie e buon lavoro a Maurizio e a tutti voi di Informazione Metal, e un saluto metallico a tutti i lettori! Keep on rocking and stay metal!

Maurizio Mazzarella

lunedì 21 marzo 2011

STARGAZERY - Eye On The Sky


E finalmente giunse il momento dell'esordio. Gli Stargazery vengono dalla Finlandia e sono attivi da circa cinque anni. Dopo la pubblicazione del demo "Dying" nel 2007, ecco arrivare a quattro anni di distanza il primo lavoro in studio, edito per la Pure Legend Records, dal titolo "Eye On The Sky". Musicalmente non vi è alcuna possibilità d'errore. La band in questione suona un heavy metal melodico, molto condizionato dalla scena scandinava, con un orientamento più verso il classico stile del Malmsteen dei primi lavori in studio, che verso il power degli Stratovarius, certamente presente, ma in minima parte. Diciamo che ad ogni modo lo stile dei Stargazery tende verso un sound prettamente neoclassico, che se pur gradevole, non colpisce molto nel segno, questo a prescindere dalla buona volontà del gruppo finlandese. Andando dritti al sodo, il disco è gradevole, ma fondamentalmente risulta molto simile a tanti prodotti dello stesso settore, peccando di poca originalità, a scapito di una personalità scarsa, questo a prescindere dall'identità precisa del gruppo. Fondamentalmente è un disco prive di grosse idee, poco spontaneo e senza la giusta intensità. Possiamo quindi dire che gli Stargazery devono ancora fare tanta strada per esplodere ed anche se le premesse non sono del tutto negative, bisogna migliorare molto sia da un punto di vista compositivo che tecnico. I brani sono spesso confusi, non hanno una testa ed una coda e gli assoli di chitarra sono quasi del tutto assenti e se ci sono sembrano alquanto banali, in un genere dove la loro presenza è fondamentale. Anche la produzione è scarsa ed in un prodotto del genere ha sempre un grosso peso.

Voto: 5,5/10

Maurizio Mazzarella

martedì 1 marzo 2011

Slayer, ecco di cosa soffre Tom Araya


Tom Araya soffre di giramenti di testa da stanchezza e disidratazione. Lo ha affermato Sandra Araya, moglie di Tom, tramite il suo profilo Facebook. "I nostri medici - si legge ancora - sono ora in attesa dei risultati degli ultimi test, avuti questi il quadro sarà completo."

mercoledì 27 ottobre 2010

AMBERIAN DAWN - End Of Eden


Questi Amberian Dawn vengono dalla Finlandia e sono nati circa quattro anni fa. Questo nuovissimo "End Of Eden", edito per la Spinefarm Records, è il loro terzo album in studio che giunge sul mercato discografico a distanza di un solo anno dal precedente "The Clouds of Northland Thunder" ed a due dal pregevole esordio "River Of Tuoni". Musicalmente siamo nel campo del neoclassical power metal, dove il gruppo scandinavo mostra una certa affinità con band come Stratovarius, Rhapsody Of Fire ed i Nightwish degli esordi. In un certo senso, se mescoliamo lo stile ed il sound di questi tre gruppi, viene fuori in automatico quella che è la musica degli Amberian Dawn, che però in un mercato colmo ed a volte intasato di uscite discografiche, si dimostrano una band nel complesso originale e dotata anche di una forte personalità, oltre che di una precisa identità che li distingue dalla massa in modo particolare. Andando dritti al sodo, questo "End Of Eden" è davvero molto bello. E' un disco dotato di una melodia affascinante, di momenti avvolgenti ed ammalianti, questo merito di componimenti intensi ed anche molto ispirati. Merito anche della prova eccelsa della splendida cantante Heidi Parviainen, la cui voce si dimostra il vero punto di forza del gruppo scandinavo. Anche le tastiere di Tuomas Seppälä recitano un ruolo particolare, ricordano in modo marcato quelle di Jens Johansson degli Stratovarius, ma donano a "End Of Eden" un tocco sublime di nobiltà. Tecnicamente ci troviamo di fronte ad un lavoro di livello straordinario, concetto rinforzato dalla buona prova delle due chitarre di Kasperi Heikkinen e Kimmo Korhonen, che formano una sinergia assolutamente perfetta. Ottima la produzione e questo è un fattore di non poco conto, perché un altro punto di forza di "End Of Eden" è il suono pulito e molto attuale. Un buon disco, da avere assolutamente per i sostenitori di questo settore musicale.

Voto: 8/10

Maurizio Mazzarella

martedì 8 giugno 2010

ROYAL HUNT - Il Decimo Paradosso


Intervista ai danesi Royal Hunt in occasione della pubblicazione del loro ultimo disco "X", ci risponde il tastierista e leader del gruppo Andrè Andersen:

Come definiresti in termini musicali il vostro nuovo album? Vuoi introdurlo?

-Questa volta abbiamo deciso di rivisitare le nostre radici e rimarcare alcuni dei valori musicali degli anni settanta nel nostro songwriting, al fine di rafforzare quella particolare atmosfera sempre presenti nei brani di nostra produzione (la registrazione è stata fatta in formato analogico). La musica è stata descritta come "un mix interessante di ciò che è stato codificata come Classic Rock al giorno d'oggi (istituito da Kansas, Genesis, ELP, Deep Purple, Uriah Heep e classici dell'epoca) e composizione dal classico marchio dei Royal Hunt".

Quanto tempo è servito per registrarlo?

-Quasi un anno, più o meno.

Qual è l'origine di una vostra canzone? Come create una canzone?

-Una melodia viene da sola in mente... come le parti di un contratto... con alcune parole e concetti lirici di sorta... è facile poi, sedersi e registrare un demo velocemente.

Quali sono gli argomenti trattati nel nuovo album?

-"End Of The Line" analizza la rapida evoluzione del mondo, noi lo chiamiamo progresso. Ma sentiamo il miglioramento? Sembra come se alcuni dei valori di base siano stati dimenticati o semplicemente persi. Forse è il momento di fermarsi per un attimo e dare un'occhiata in giro: siamo nella giusta direzione? "King For A Day" analizza l'avidità come la piaga sempre presente della nostra società. "The Well": mai desiderato di rivivere alcuni periodi particolari del tuo passato? Fate attenzione a ciò che si desidera. "Army Of Slaves": in molti casi una sola persona potrebbe sentirsi impotente, incapace di cambiare le cose. "Shadowman" narra di come un trafficante di droga sia il tuo migliore amico e il tuo peggior nemico. "Back To Square One" descrive quando il eprcorso scelto dalla tua vita di conduce in un vicolo. "Blood Red Stars": è nata in uno dei miei viaggi in Russia, quando ho lasciato l'hotel nel cuore della notte per fare una passeggiata intorno Cremlino. "The Last Leaf" è basata liberamente su un romanzo di O. Henry. "Falling Down" è un conto in sospeso con la fortuna.

Qual è il brano del nuovo album al quale ti senti più affezionato?

-"Shadowman" è il mio preferito... seguito immediatamente da "The Well".

Quali sono le band che hanno influenzato il vostro sound di più?

-Dall'inizio ad oggi? Deep Purple, Pink Floyd, Kansas, Queen, Rush.

Cosa vi aspettate dal nuovo album?

-Mi aspetto che venda bene, mi aspetto che i nostri fans capiscano cosa stiamo cercando di progettare con questo album, mi aspetto che alla gente piaccia come piace a noi, mi aspetto di andare in tour per sostenere questo album e che vada tutto liscio.

Cosa ne pensi del music business? Come lo giudichi?

-E' in uno stato assolutamente caotico... il dowonload illegale uccide la musica in modo costante ed irreversibile... la maggior parte dei musicisti non sono tranquilli affrontando questo problema (ricodate i Metallica contro Napster?). Ma la condivisione dei file sta lasciando tutti a secco.

Quali sono le principali difficoltà per una band come la vostra?

-Il dowonload illegale è una difficoltà, la riduzione delle vendite dei dischi... è difficile trovare una compagnia che ti appoggi, è difficile avviare un tour senza che le vendite vadano bene.

C'è qualche musicista con il quale desideri collaborare un giorno?

-Mi piacerebbe scrivere e registrare un paio di canzoni con David Coverdale... potrebbe essere divertente (ride n.d.a).

Quali sono i piani futuri per la band? Come volete promuovere il vostro nuovo album?

-Promuoveremo questo album come sarà possibile... e poi vedremo... un altro album.... un altro tour.... Chi lo sa?

Pubblicherete un live CD o un DVD?

-E' possibile, ma non c'è un'intesa ancora reale.

Vuoi lasciare un messaggio ai nostri lettori?

-Ehi ragazzi, ascoltate il nostro nuovo album! E' diverso, ma sicuramente duro... Buon divertimento!

Intervista di Maurizio Mazzarella

lunedì 31 maggio 2010

ROYAL HUNT - X


Nella storia della musica mondiale sono poche le band che riescono a resistere a lungo sulla cresta dell'onda senza perdere col passare del tempo la loro identità cercando di adattarsi a ciò che il mercato richiede in quel momento. Non è questo il caso dei Danesi Royal Hunt, che nonostante un ventennio di concerti, album e milioni di copie vendute in tutto il mondo continuano a suonare il loro personale melodic progressive metal senza mai perdere di vista le loro origini e le loro personalità. Dopo i successi degli anni precedenti Andrè Andersen, principale compositore e fondatore della band nel 1989, ha cominciato la stesura di un nuovo album il decimo della lunga carriera dei Royal Hunt che ha intitolato "X". In quest'ultimo lavoro, Andersen ,a proposto un tributo agli anni 70 andando a riprendere ritmiche, melodie e sopratutto suoni di quei tempi, ma non limitandosi a riprodurre con mezzi moderni quei suoni ma ben sì utilizzando vecchi strumenti dell'epoca. Il risultato e straordinario, un mix di rock progressive che fa riscoprire i più grandi gruppi del passato come i Kansas, Genesis, ELP, Uriah Heep e Deep Purple in un contesto più moderno e nuovo. "X" è un album pieno di emozioni e lo si ascolta con tranquillità e serenità, il classico album da viaggio, sembra quasi che il panorama si fonda con la musica e viceversa. I brani sono rifiniti e ben curati si può passare da brani più rock progressive a dei brani lenti o sinfonie rock alternate a brani più hevy rock, posso affermare che non ci si stanca per niente ad ascoltare questo disco in più si aggiunga un alto livello tecnico dei singoli componenti e il cerchio è chiuso!!! Consiglio "X" dei Royal Hunt a tutti gli amanti del Rock Progressive, del Classic Metal e dell'Epic Rock e a coloro che si vogliono avvicinare a questi generi!!!!!

Voto: 8/10

Nicola Lucarelli

lunedì 22 febbraio 2010

LEONARDO - Armageddon


I Leonardo vengono dalla Serbia, più precisamente dalla città di Belgrado e sono attivi ormai da circa dieci anni. Questo nuovissimo "Armageddon", edito per la nostrana Heart Of Steel Records, è il loro secondo lavoro in studio e giunge sul mercato discografico a distanza di sei anni dal precedente "Strast i Pozuda". Da un punto di vista musicale, i Leonardo sono la sintesi perfetta tra il sound i Rainbow, Deep Puple e Whitesnake, con quello di Stratovarius, Malmsteen dei primi tempi e perché no, anche Symphony X specialmente se ci soffermiamo sullo splendido tocco di chitarra del bravissimo Ivan Milcic. Fatta questa premessa, possiamo serenamente affermare che questo "Armageddon" è davvero un gran bel disco, rinforzato dai notevoli cotenuti tecnici dei musicisti coinvolti e dal notevole spessore artistico palpabile in ogni brano che lo compone. Nel complesso i Leonardo non scoprono nulla di nuovo, di dischi di questo tipo ne esistono un'infinità, ma "Armageddon" piace perché è un disco intenso e spontaneo, che lascia praticamente a bocca aperta ogni qualvolta Ivan Milcic impugna la chitarra e da il via ai propri assoli che non hanno nulla da invidiare a gente come Yngwie Malmsteen, Micheal Romeo e sua maesta Ritchie Blackmore. La nota dolente sta nelle linee vocali, dove il cantanto dello stesso Milcic non è sempre impeccabile, ma questo a conti fatti è soltanto un particolare minimo, perché quando si ascolta "Armageddon" ci si concentra sul notevole spessore della musica presente e state tranquilli che di qualità questo album ne contiene davvero tantissima. Buona la produzione, appropriata e moderna con equilibrio. Se amate questo genere non ne resterete affatto delusi, anche perché "Armageddon" scorre in modo fluido, dinamico e disinvolto e resterete ammaliata da tanta grazia.

Voto: 8/10

Maurizio Mazzarella

venerdì 12 febbraio 2010

IRON MASK - Shadow Of The Red Baron


Provenienti dal Belgio, questi Iron Mask sono attivi ormai da ben otto anni e questo nuovo "Shadow Of The Red Baron" è il loro terzo album in studio, che li vede tornare sul mercato discografico a distanza di circa quattro anni dal precedente "Hordes of the Brave", disco a sua volta uscito tre anni dopo l'esordio "Revenge Is My Name". Musicalmente siamo nel campo del power metal, dove si nota una forte similitune con le classiche band teutoniche, anche se può essere toccata con mano una lieve vena neoclassica per via dell'ottimo lavoro del chitarrista Dushan Petrossi, il cui stile è molto simile a quello di Michael Romeo dei Symphony X, ma fondamentalmente c'è molto di gruppi come Helloween, Iron Savior e Gamma Ray nel momenti ultra rapidi, come anche dei Rahpsody Of Fire nei frangenti più epici e di Malmsteen in quelli tecnici. Andando dritti al sodo, ci troviamo di fronte ad un ottimo disco di power metal, dove pur non scoprendo nulla di nuovo ed originale, gli Iron Mask mostrano una fortissima personalità oltre che un'identità ben precisa. Merito di un notevole livello tecnico ed di un incredibile spessore artistico, caratteristiche rinvigorite da pregevoli doti compositive ed arrichite dall'ugola del bravo Oliver Hartmann (At Vance, Aina, Empty Tremor), autore di una grandissima prestazione dietro al microfono. Altra nota di merito va senza alcuna ombra di dubbio alla produzione, che risulta assolutamente priva di pecche e capace di donare a "Shadow Of The Red Baron" un sono molto tagliente e pulito. "Shadow Of The Red Baron" scorre in modo fluido e dinamico e si lascia amare dalla prima all'ultima ntoa, grazie ai suoi momenti coinvolgenti e trascinanti ed a brani dal buon impatto e dalla facile presa nonostante una velata complessità di fondo. Se amate questo genere vi piacerà sicuramente.

Voto: 7/10

Maurizio Mazzarella

martedì 1 settembre 2009

NARNIA - Course of a Generation


Forse non sarà un capolavoro e certamente non farà la storia dell'heavy metal, ma sicuramente questo nuovo prodotto discografico targato Narnia è un album di notevole spessore artistico e dalle potenzialità enormi. Non diamo etichette a questa band, perché questo significherebbe limitarne l'estro e l'ispirazione. Le radici sono ampiamente ancorate nel power metal, è ovvio, ma nelle canzoni presenti in "Course of a generation", è ben presente la voglia dei Narnia di guardare avanti, di rinnovarsi, cercando di evolversi senza snaturare il proprio stile restando coerenti. Al centro di questo concetto, c'è la musica, c'è l'heavy metal in tutte le sue dimensioni, dove spesso rischiare, non significa vendersi al business, ma solo provare ad esplorare nuovi orizzonti. Tra tastiere iper melodiche e chitarre solide, ma sempre molto tecniche, trova spazio questo "Course of a generation", un disco ben prodotto e ben suonato, che si lascia apprezzare ed ascoltare scorrendo via senza alcuna sosta. Passando ad analizzare l'album più nel dettaglio, l'apertura è affidata a "Sail around the world", un pezzo che parte in modo armonico fino ad esplodere in un vortice musicale aggressivo, energico, a volte rabbioso, ma sempre corredato da una melodia seducente e da una struttura priva di pecche, "When the stars are falling" a seguire, si assesta su ritmi più ponderati ed intensi, ma sempre pungenti ed incisivi, con il supporto di una sezione ritmica puntuale e pungente ed un letto di tastiere ipnotizzante, "Curse of a generation" è un pezzo immediato, articolato in modo compatto e dall'impatto molto forte, dove i Narnia estremizzano al massimo le proprie caratteristiche, "Scared" invece, è in assoluto il momento di maggiore qualità dell'album, dove la band evidenzia tutta la propria qualità compositiva, alternando momenti poetici e dalla forte emozionalità, con trame più granitiche e graffianti. Nel proseguo del disco, "Kings will come" mostra uno stile all'avanguardia e conferma come lo sguardo della band sia fortemente rivolto al futuro, differntemente "Rain" recupera uno stile più tradizionale, ma sempre efficace e dalla presa facile, mentre "Armageddon" è un brano privo di punti di riferimento particolari, dove le chitarre recitano un ruolo da protagoniste assolute. Nella parte finale del disco, "One way to freedom" è una canzone passionale e versatile, dove i Narnia mettono in musica tutta la propria ispirazione, "Miles away" conferma una cura degli arrangiamenti minuziosa e pressoché maniacale, la conclusiva "Behind the curtain" infine, racchiude l'essenza dei Narnia, riassumendo le peculiarità di un disco egregio da ogni punto di vista.

Voto: 8/10

Maurizio Mazzarella