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lunedì 15 marzo 2010

AT THE SOUNDAWN - Shifting


Seconda fatica per questo gruppo modenese catalogato come ambient hardcore. Pare, però, limitativo stringere i ragazzi emiliani nella morsa di un sottogenere. Le loro muse ispiratrici sono davvero variegate: dall’ambient dei Burzum di “Dauði Baldrs” e dagli Amorphis di “Tuonela” fino a giungere alle influenze di The Gathering e In Flames, senza tralasciare il metal-progressive degli Anathema e le atmosfere alternative-elettroniche dei Tool. Potremmo continuare all’infinito, ma ci limitiamo a dire che trattasi di un mix esplosivo, tanto per rispondere a chi crede che il genere non abbia più nulla da esprimere. Pezzo d’apertura dell’opera è “Mudra: In Acceptance And Regret”: passaggi particolareggiati con qualche venatura psichedelica, tratti melodico-romantici e aperture jazz. Il cantato? Un alternanza tra un potente growl e un clean incisivo. Atmosfere doom e dark ambient per la variopinta “7th Moon”. I riff di chitarra sono autorevoli e spesso forniscono un certo tratto epico al sound, anche se in alcune circostanze le distorsioni appaiono al limite del cervellotico. In puro stile celtico, invece, “Caofedian”: ipnotico il cantato della female vocal presente, senza nulla togliere all’ottimo timbro del clean maschile, che prosegue questa finta ballata davvero accattivante. Insomma…amore a primo ascolto, malgrado il cantato regredisca in growl verso la parte finale della traccia. Il resto del giudizio preferiamo lasciarlo al potenziale ascoltatore, perché il pezzo è impreziosito da pieghe complesse, ma mai ostiche. Diverso il clichè di “Drifting Lights”, dove sonagli e bongos donano un gusto mistico-orientale che sicuramente incuriosirà l’uditorio. Bandito il cantato, le chitarre e quant’altro. In buona sostanza un pezzo di rottura con il resto del lavoro. Ritorno al growl, alle atmosfere psichedeliche, ai cori, ma anche condito da repentine virate di stile e di ritmo per “Black Waves”. Al limite del commerciale “Hades”, per certi aspetti si ha l’impressione di ascoltare i Muse. Il tratto predominante della canzone è l’altrernative rock, ma la chiusura con l’assolo di sassofono fornisce un tocco elegante e jazzegiante. La conclusiva “Prometheus Bring Us The Fire” è uno scrigno prezioso che racchiude e sintetizza l’intero lavoro con passaggi dall’alternative al post rock attraversando disinvoltamente mescolanze jazz, progressive e gothic-doom. Da segnalare nell’album l’utilizzo frequente di cori in stile Novembre. In conclusione il lavoro potrà accontentare le orecchie più esigenti e raffinate. Non resta che ascoltare…

Voto: 8,5/10

Enrico Losito

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