Ansa News

Si è verificato un errore nel gadget

lunedì 4 aprile 2011

FABIO BERNABEI - Intervista all'Autore


Intervista a Fabio Bernabei, in occasione della pubblicazione del proprio libro "Aerosmith, 40 anni di storia dai Toxic Twins a Guitar Hero", edito dalla Tsunami Edizioni:

Le brevi note biografiche ci dicono che sei traduttore, editor e insegnante d’italiano per stranieri. Ti puoi presentare ai nostri lettori?

-Sì, sono traduttore editoriale di inglese, spagnolo e russo per diversi editori, al momento per lo più Newton Compton. Inoltre, quando riesco a incastrare tutti gli impegni, insegno italiano per stranieri, sia i classici corsi di lingua che quelli di cultura italiana oppure sull’Opera lirica… no, non è un refuso, avete letto bene.

Che posto ha la musica, in particolar modo il rock, nella tua vita?

-Smisurato. Ho sempre divorato quantità stellari di musica, soprattutto rock, certo. Al liceo, i compagni mi “sfibravano” per farmi ascoltare i mostri sacri degli anni Settanta, ma io avevo bisogno di seguire il mio percorso, così, innamorato del rock ’n’ roll anni ’50 e ’60 (mi considero un esperto in materia, ma non ditelo in giro, sennò mi prendono per presuntuoso…), ho cominciato le mie fughe alle radici del rock. Poi, pian piano, sono risalito per le varie epoche storiche del rock, cercando sempre di andare a fondo del maggior numero di artisti e tendenze. No, non mi pagava nessuno, è pura psicopatia, lo riconosco.

Parlando in particolare degli Aerosmith, cosa ami di loro, tanto da indurti a scrivere un intero testo sulla loro epopea?

-Innanzitutto, l’energia. Quella che trasmettono con la musica, nei concerti (finora di qualità quasi sempre elevata, alla faccia di altri sessantenni putrefatti) e che emerge dalle loro vicende personali. E poi, il talento indiscutibile e il grande fiuto commerciale, perché quello va riconosciuto. Basti pensare alle due grandi mosse di mercato degli ultimissimi anni, in teoria poco rock ’n’ roll, ma indovinatissime: la scelta di “investire” su Guitar Hero (anche se adesso è un po’ andato in crisi) e la decisione di Steven Tyler di fare il giudice ad American Idol (l’X Factor americano). In entrambi i casi, a guadagnarne sono state le vendite e i download, dunque la musica, del gruppo.

La loro storia si divide principalmente in due fasi. Gli anni ’70 e la rinascita degli ’80. Quali a tuo avviso le peculiarità, comunque distinte, di queste due fasi?

-Gli Aerosmith vivono gli anni Settanta secondo le "modalità" proprie del periodo, ovvero sesso, droga e rock ’n’ roll, e nell’arco di qualche anno passano da sconosciuti a stelle del rock, anzi ad autentico modello, visto che, a mio giudizio, stabiliscono i canoni dell’hard rock. Il problema è che, come molti prima e dopo di loro, a un certo punto non riescono più a fermarsi e annegano in se stessi, rischiando di scomparire dalla scena musicale (se non di finire a mendicare un tozzo di pane o l’ultima dose di eroina… e non esagero). Alla metà degli anni Ottanta, invece, grazie a una miscela di grande fortuna, dell’immane talento innato, della pura disperazione e dell’intervento di “4 salvatori” (se ne parla nel libro), riemergono dal fondo, riescono a inserirsi nella nuova scena musicale che fino ad allora li aveva tagliati fuori e a diventare megastar mondiali. Niente male, no?

Quali filtri hai applicato alle numerose notizie e leggende, musicali e non, che gravitano nell’orbita del gruppo?

-Ho escluso a priori qualunque notizia della quale non trovassi riscontro. Del resto sono un traduttore, quindi tendo a essere scrupoloso (per non dire maniaco) nelle ricerche. Ad ogni modo, ho letto tonnellate di articoli, visto un miliardo di video e interviste, consultato libri e siti d’ogni sorta. Poi, magari, qualche svista ci sarà comunque…

Dai una ragione ai lettori più giovani per scoprire gli Aerosmith.

-Detto in poche parole, hanno saputo conciliare al meglio hard rock e melodia. Musica in generale di grande qualità, adatta a qualunque orecchio… devo farmi assumere dal gruppo come promoter. Un’immagine potente (grazie, in particolare, a quel vecchio leone di Steven Tyler) e una freschezza sorprendente che si conserva tuttora, come dimostra l’entusiasmo della gente ai concerti.

Noi rocker di vecchia data ne riconosciamo bene l’importanza ma come ho scritto in sede di recensione questa è la prima biografia ‘seria’ pubblicata su di loro in Italia, non sbaglio?

-Grazie per il “serio”. In precedenza ne erano state pubblicate altre due, ma risalivano entrambe a vent’anni fa. E da allora di cose ne sono successe!

Tsunami ultimamente sta dando anche spazio a testi e autori rigorosamente ‘made in Italy’. Come sono avvenuti i contatti tra di voi e come si è sviluppata l’idea di questo libro?

-Intanto, era già un po’ di tempo che avevo in mente un libro del genere. Mi sembrava doveroso dare il giusto spazio alle vicende degli ultimi anni della band, che nel frattempo era rimasta ai vertici della scena rock mondiale e quindi meritava di essere raccontata. Quando ho scoperto e cominciato ad apprezzare Tsunami, ho inviato il materiale che avevo preparato, oltre ad altri 2-3 progetti analoghi, e per fortuna ci siamo trovati in sintonia.

Perché, secondo te, questa riscoperta del classic rock? Perché il mercato editoriale cartaceo in merito sembra essere rinato, anche grazie all’intraprendenza di editori coraggiosi come Tsunami?

-Forse perché Internet e la tecnologia più in generale hanno aumentato a dismisura l’offerta nel mondo della musica. Da una parte, è un bene, uno stimolo energico, dall’altra tende a disorientare l’ascoltatore, che di conseguenza cerca rifugio nella musica più consolidata (sebbene oggi si sia dilatato anche il concetto di "classico"). Quanto al mercato editoriale, è evidente che questi editori specializzati sono andati a colmare un vuoto palese. I libri sulla musica ci sono sempre stati, ovvio, ma fino a poco tempo fa si limitavano ai miti, ai grandi fenomeni e agli artisti di moda in un certo periodo. Adesso, per fortuna, si scava più a fondo, si pubblicano testi su band e movimenti di grande rilevanza, ma meno canonici. In altre parole, questi editori hanno tolto un po’ di muffa al settore…

C’è posto allora per il rock nell'era del web?

-Ce n’è moltissimo. Magari sarò troppo ottimista, ma ho l’impressione che il rock/metal abbia senz’altro beneficiato delle trasformazioni portate da Internet e che in un certo senso stia a poco a poco rinascendo sul web.

Hai in programma altre pubblicazioni dopo quest’ottimo libro? Di chi ti piacerebbe scrivere?

-A parte le amate/odiate traduzioni editoriali, sto lavorando a due progetti. Un romanzo a due voci con Domenico Mungo, ottimo autore torinese, e una raccolta di racconti: entrambi hanno a che fare con la musica, ma non sono biografie in senso stretto. Se dovessi scrivere di qualche musicista, mi piacerebbe raccontare la storia di Dave Grohl e dei Foo Fighters, oppure dei Lacuna Coil; in questo caso, visto che sono italiani, lo farei solo con la loro collaborazione, come racconto/intervista.

Chiudi come vuoi con i nostri lettori.

Spero che a qualcuno sia venuta voglia di leggere la storia degli Aerosmith: l’ho scritta con il cuore… Ci sentiamo presto!

Intervista di Salvatore Mazzarella

Nessun commento:

Posta un commento