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venerdì 17 dicembre 2010

TIMEDUST - Intervista alla Band


Intervista ai TimeDust in occasione della pubblicazione del loro ultimo disco. Ci risponde il cantante Gabriele Bernasconi:

Siete appena usciti sul mercato discografico con un nuovo album in studio, potete presentarlo ai nostri lettori?

-Il nostro omonimo album TimeDust è frutto della creatività e della passione di cinque musicisti, uniti dalla volontà di proporre un metal potente, diretto e allo stesso tempo raffinato. Abbiamo voluto inserire in questo album tutto ciò che il metal - secondo noi - è in grado di raccontare con la sua intensità: dal profondo dolore per la perdita di una persona cara (Reaching Out to You), all’odio verso una persona che ci ha fatto del male (Big Zero Man), fino alla pura e semplice narrazione di storie di portata epica o folkloristica (The Wild Hunter, Spirit of the Oak). Musicalmente abbiamo cercato di unire armoniosamente le nostre rispettive influenze per ottenere un sound corposo e complesso: l’album presenta un metal generalmente melodico e veloce, con frequenti accenni a sonorità più progressive e moderne, ma anche episodi di maggiore atmosfera dove le tastiere assumono un ruolo preponderante. Insomma, lo definirei un album ricco di molti spunti diversi, uniti dal sottile filo rosso che è il marchio TimeDust.

Come è nata la vostra band e quali sono le vostre origini?

-I TimeDust sono nati alcuni anni fa dall’intenzione mia (Gabriele, voce) e di Alessio (chitarra), inizialmente come semplice cover band di pezzi heavy metal. Poi, dopo aver ottenuto un certo riscontro di pubblico nei locali del nord Italia, abbiamo iniziato a sondare il terreno della composizione. I lavori sono stati rallentati da una serie di cambi di line-up, che però non hanno smorzato l’intenzione e la passione che ci hanno portato a comporre tutti i brani che potete ascoltare sul nostro primo album. L’esperienza live ci ha aiutati a trovare un ottimo affiatamento, e le differenti influenze dei membri della band (dal power metal teutonico al black metal più estremo) si sono amalgamate in un risultato che a mio parere offre molte sfaccettature diverse all’ascoltatore.

Come è nato invece il nome della band?

-Il nome è stato inventato dal nostro primo batterista, Damiano (ora nei Dyve). All’epoca stavamo cercando un nome che si potesse offrire a diverse interpretazioni, e abbiamo sfruttato un concetto che ho sempre trovato molto stimolante: la polvere del tempo, che si posa su tutto e che lentamente cambia l’aspetto di ogni cosa.

Ci sono delle tematiche particolari che trattate nei vostri testi o vi ispirate alla quotidianità in genere? Che peso hanno di conseguenza i testi nella vostra musica?
-Ricollegandomi a quanto detto riguardo al nome della band, molti dei testi sono il frutto delle mie riflessioni sullo scorrere del tempo, e su come questo può cambiare più o meno sottilmente le intenzioni delle persone. La canzone che meglio incarna questo concetto è proprio Dust of Time, dove l’idea stessa dello scorrere del tempo viene presentata da molti punti di vista diversi. Oppure Time to Turn Back, dove un viaggiatore giunge al punto in cui si è allontanato a sufficienza da un luogo da cui voleva fuggire, e sente il bisogno di tornare alle proprie radici. Il tempo è un tiranno implacabile, che a volte guarisce e altre volte fa dimenticare anche le cose belle. Vi sono anche altre tematiche: molte sono ispirate ad emozioni e sensazioni che possono cambiare la vita di una persona (Could I Be Blind, The Question), altre sono storie che amo raccontare con il potente supporto della musica (Marathon). I testi sono fondamentali nella musica dei TimeDust, perché è proprio la musica che crea l’atmosfera adatta a ciò che le parole raccontano. Durante la composizione abbiamo sempre cercato la perfetta sinergia tra musica e parole, in modo da offrire all’ascoltatore un’esperienza emotiva coerente e profonda.

Quali sono gli elementi della vostra musica che possono incuriosire un vostro potenziale ascoltatore e quali sono quindi le qualità principali del vostro nuovo album?

-In primis direi la varietà. Abbiamo cercato di comporre un album che riflettesse molte delle potenzialità del metal melodico, sfruttando ampiamente i contrasti timbrici tra chitarre possenti e una tastiera molto versatile. Proprio per questo mi riesce difficile definire in una parola il nostro genere: non è solo power, non è solo speed, non è solo progressive… insomma, è un album che di sicuro potrà incuriosire gli amanti dei Symphony X così come quelli dei Blind Guardian, passando per la durezza cruda degli Iced Earth e la vena orchestrale dei Savatage.

Come nasce un vostro pezzo?

-Da un lungo e accurato lavoro di composizione e arrangiamento, attuato per la maggior parte tutti e cinque insieme. Ognuno di noi porta un’idea, una linea melodica, un riff di chitarra, che poi si evolve mano a mano che ognuno da il suo contributo. Alcune canzoni sono state composte unicamente da una persona e poi arrangiate insieme (ad esempio Spirit of the Oak), ma la maggior parte dei brani sono frutto del lavoro compositivo di tutti e cinque i membri della band.
Quale è il brano di questo nuovo disco al quale vi sentite particolarmente legati sia da un punto di vista tecnico che emozionale?

-GABRIELE: È difficile sceglierne uno solo, perché in tutti i brani ho messo molto della mia interiorità e della mia passione. Potrei dire "The Question", proprio per il significato del testo: c’è veramente qualcosa per cui vale la pena lottare? Col tempo tutto cambia, anche le cose che ritenevamo più incrollabili possono svanire lentamente. E allora cosa rimane? Per cosa combattiamo ogni giorno?

-ALESSIO: The Gift of the Dark rappresenta il miglior pezzo che ho mai composto da quando suono la chitarra, melodico in alcuni punti e graffiante in altri, il tutto condito da duetti solistici alternati di chitarra e tastiera. Tutta la melodia del brano di sposa perfettamente con la linea vocale ed il suo significato: un uomo che non ha il coraggio di affrontare il mondo che odia, che gli mette davanti troppe difficoltà e troppe sfide, è un vigliacco, e non ha il coraggio né di cambiare la propria vita né di andarsene e cercare di ricominciare da qualche altra parte. L'unica via di fuga che conosce è il sonno.
Quali band hanno influenzato maggiormente il vostro sound?

-Come ho già detto in precedenza, una delle caratteristiche principali del nostro sound è proprio quella di amalgamare influenze molto diverse. Ognuno di noi ha portato le proprie scelte compositive: Gabriele (voce) uno stile di canto acuto e potente simile a quello di Matthew Barlow (Iced Earth) o Hansi Kursch (Blind Guardian); Alessio (chitarra) un riffing complesso e massiccio simile a quello di Michael Romeo (Symphony X); Alex (basso) uno stile molto più diretto e "in your face" simile a quello di Steve Harris (Iron Maiden); Kicco (tastiere) un sound versatile e polivalente che spazia dal pianoforte acustico a synth distorti e graffianti; Mirko (batteria) uno stile veloce e potente influenzato dal metal più estremo.

Come giudicate la scena musicale italiana e quali problematiche riscontrate come band?

-In Italia è davvero difficile suonare metal e pensare di poter raggiungere il successo. Nel nostro paese manca la cultura del rock: tutta la musica "pesante" che ascoltiamo è rigorosamente di importazione. Eppure l’Italia è piena di musicisti rock e metal di altissimo livello! Quello che mi dispiace è che molti di questi musicisti - per vivere con la musica che amano - sono costretti a lasciare l’Italia, andando a suonare in paesi dove il metal è più "vivo" come la Germania, la Scandinavia o l’America. Stabilire le cause di questa situazione è difficile: credo che l’Italia abbia un passato musicale troppo ricco e "pesante" per potersi aprire facilmente a generi più giovani e irriverenti come l’hard rock o l’heavy metal. Le nuove generazioni hanno una mentalità più aperta, ma purtroppo il mercato è dominato da chi vuole solo vendere prodotti sicuri e privi di rischi, puntando quindi su generi molto rodati (pop, rock leggero, cantautori) che in Italia sono garanzia di successo. Ma questo non deve assolutamente scoraggiarci: se nessuno ci prova, nessuno ci riuscirà mai!
Internet vi ha danneggiato o vi ha dato una mano come band?

-Considerando che il nostro album è pubblicato esclusivamente sulla rete, direi che Internet ci ha decisamente aiutato! Credo che ormai tutti abbiano capito che Internet è un’entità con cui fare i conti nel bene e nel male, la vera rivoluzione di fine millennio. Internet porta a far conoscere facilmente il nostro prodotto anche in paesi dove prima non avremmo potuto permetterci una distribuzione, ma nel contempo facilita la pirateria e quindi ci danneggia economicamente. Ci sarebbero molte cose da dire a favore e a sfavore di Internet, specie nei confronti della musica; eppure credo che la cosa più importante sia capire che ormai non si può sfuggire a questo fenomeno. Occorre osservare l’evolversi della situazione, e sapersi adattare al meglio ai rapidi cambiamenti della nostra società telematica. Credo che cercare di remare contro i lati negativi della rete non abbia molto senso; molto meglio sfruttarne astutamente quelli positivi!

Il genere che suonate quanto valorizza il vostro talento di musicisti?

-Moltissimo! L’heavy metal in generale è un genere dove i musicisti possono esprimere al massimo il proprio talento sfoggiando blast beat devastanti, assoli al fulmicotone o voci che raggiungono i limiti della propria estensione. Noi però non abbiamo mai cercato l’estremo tanto per dimostrare che siamo capaci: la musica deve essere ESPRESSIONE, e per esserlo non può essere solo esasperazione di velocità e tecnica. Il metal è un genere che cade facilmente in cliché già sentiti, in emozioni che ormai hanno fatto il loro corso; noi abbiamo cercato - con musica e parole - di tirar fuori quello che le nostre orecchie volevano sentire, qualcosa di nuovo e interessante. Abbiamo cercato di creare un’atmosfera, un’emozione; se ci siamo riusciti, significa che abbiamo utilizzato al meglio le nostre capacità musicali.

Intervista di Maurizio Mazzarella

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