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sabato 24 settembre 2011

DREAM THEATER - A Dramatic Turn of Events


I Dream Theater sono come un'addizione algebrica, nel senso che se inverti la posizione degli addendi il risultato è sempre lo stesso. Dopo perle come Images and Words ed Awake va via Kevin Moore, considerato fondamentale per il loro sound, ma vanno avanti e passando da Derek Sherinian a Jordan Rudess mettono insieme una serie di capolavori di inestimabile valore, compreso il controverso Falling Into Infinity. Album tutti differenti, mai uguali tra loro capaci di rimarcare come il loro sound negli anni è sempre stato capace di evolversi coerentemente. Ora va via uno dei mebri fondatori della band, il batterista Mike Portnoy, anima del gruppo ed elemento seminale in fase di composizione, sembra debba abbatersi un uragano sul nome dei Dream Theater ed ecco che arriva un musicista straordinario come Mike Mangini che onestamente non fa sentire affatto l'assenza del suo predecessore. Questo per dirvi subito che A Dramatic Turn of Events è l'ennesima opera d'arte realizzata dal Teatro dei Sogni. Questo è il loro undicesimo disco in studio, che senga il loro ritorno sul mercato discografico a distanza di due anni dal precedente Black Clouds & Silver Linings e francamente ritengo che sia la sintesi perfetta di tutti i loro momenti ed è per dirlo con molta franchezza il disco che ogni fani dei Dream Theater può attendersi da Petrucci e compagni. Il loro è un sound assolutamente unico, talmente singolare che ancora oggi ogni nuova band che nasce s'ispira a questa band straordinaria. Dentro c'è tutto, grande tecnica, momenti strumentali estatici, melodia sopraffine, poesie raffinate, la giusta dose di grinta e carisma. Tutto è perfetto, ogni tassello è messo al posto giusto ed è impossibile non rimanere soddisfatto da un lavoro che onestmente in certi momenti semba la sintesi perfetta del vero progressive metal, perché A Dramatic Turn of Events ha il merito di rievocare anche gli antichi fasti di un genere che non ha mai perso d'impatto e di valore. Certo siamo di fronte ad un disco molto complesso e certamente non immediato, non facile d'assimilare. Per farla breve non attendetevi il secondo Images and Words, di quel disco ci sono delle tracce, ma non è certo un tentativo di fotocopia. C'è invece maggiore similitudine con i lavori più recenti e l'unico difetto, se proprio vogliamo andarlo a trovare, è che magari in certi frangenti è poco emozionale, ma sempre professionale di uno spessore artistico molto elevato. Io però mi sono innamorato di un brano come This Is The Life, dove la penna dei Dream Theater si conferma quando è necessario molto intensa ed ispirata, capace di ipnotizzare ed avvolgere in vortice di musica profonda ed anche commovente. Inutile dire che anche la produzione è impeccabile, con un sound attuale e certamente appropriato al sound della band. Poche parole quindi, ecco l'ennesimo capolavoro targato Dream Theater, voin non dovete fare altro che farlo vostro immediatamente. Si ringrazia sentitamente Anna Marzia Morandi della Roadrunner per averci dato la possibilità di recensire questo album.

Voto: 9/10

Maurizio Mazzarella

venerdì 23 settembre 2011

TEXTURES - Dualism


I Textures sono una band olandese attiva da dieci anni esatti, che con questo nuovo lavoro in studio dal titolo Dualism, edito per la teutonica Nuclear Blast, giunge alla pubblicazione del proprio quarto lavoro in studio, facendo ritorno sul mercato discografico a distanza di tre anni dal precedente Silhouettes. Nel complesso possiamo definire particolarmente interessante questo gruppo proveniente dai Paesi Bassi, perché la loro ricetta musicale è da ritenersi in un certo senso fuori dal comune. Nel loro stile infatti c'è un progressive metal che velatamente ricorda i Pain Of Salvation, ma ci sono anche forti tracce di un death metal e di un thrash metal di matrice prettamente europea. Ne viene fuori un disco favvero molto complesso, che necessita di una moltitudine di ascolti prima di essere compreso fino in fondo e questo per capire quanto siano elevate le doti compositive e tecniche di questo gruppo, che però in qusto Dualism ancora non esplode del tutto, perché ci sono direi troppi momenti confusi. Questo però non offusca la qualità di un disco, che certamente si distingue dalla massa e di una band che cerca di perseguire una identità precisa, mostrando però nel frattempo una personalità molto forte, senza però cercare di assomigliare a qualcuno per forza di cose, ma solo con l'intento di fare qualcosa di proprio, che sia anche originale ed innovativo. Le idee quindi sono anche buono, sono che vanno smussate. Le chitarre in fatti non sono incisive al punto giusto e di momenti soft passano a quelli estremi senza un equilibrio ponderato. La produzione è buona, i brani però non hanno un impatto immediato e questo penalizza il lavoro di una band che a prescindere da tutto ha intrepreso una strada corretta da un punto di vista certamente artistico, ma non commerciale.

Voto: 7,5/10

Maurizio Mazzarella

mercoledì 14 settembre 2011

ELDRITCH - Gaia's Legacy


I toscani Eldritch sono l'unica band al mondo capace di evolvesrsi costantemente in modo coerente, senza mai rinnergarsi, ma rinnovandosi album dopo album e questo ultimo "Gaia's Legacy" ne funge da ennesima conferma. Verso la metà degli anni novanta, sopresero tutti gli addetti ai lavori con il mitico "Seed Of Rage", per poi estasiare il mondo con il capolavoro "Headquake", ma è con quella perla musicale di "El Nino" che gli Eldritch misero in mostra tutto il proprio talento compositivo coadiuvato da uno spessore tecnico fuori dal comune. Terence Holler e compagni hanno sempre avuto un loro stile ed un proprio sound ben definito ed è questo che li rende immensi e forse anche unici ancora oggi. Album come "Portrait of the Abyss Within" e "Neighbourhell" hanno unito la tecnica, con la potenze e la melodia in modo sublime, mentre "Blackenday" ha rimarcato queste caratteristiche, sterzando versono sonorità più all'avanguardia e dai connotati a volte più oscuri, almeno a parere di chi scrive. Ritengo ancora oggi che "El Nino" sia il picco più alto da un punto di vista compositivo della band toscana, lo ascolto ancora oggi costantemente e non mi stanco mai di farlo, stesso vale anche gli altri dischi, ma quell'album ha qualcosa in più. Ho affermato questo proprio per rimarcare il valore di questo ultimo "Gaia's Legacy" (edito dalla Scarlet Records), perché ritengo sia l'evoluzione ulteriore proprio di quello che è il livello più elevato raggiunto dagli Eldritch nella propria carriera. Lo dico senza alcuna sorta di ruffianeria, siamo di fronte ad un autentico capolavoro, ad un disco che fonde musica e poesia in modo sublime, in puro ed autentico. La ricetta nel complesso è sempre la stessa, quella di un progressive raffinato, con chitarre tecniche e pesanti, spesso anche thrash, una sezione ritmica che picchia duro senza sosta come un rullo compressore e tastiere che sanno essere ipnotizzanti e seducendi, quanto pungenti ed incisive allo stesso tempo. Poi al centro di tutto c'è la splendida voce di Terence Holler, ormai un vero e proprio marchio di fabbrica per gli Eldritch, la sua prova è assolutamente maestosa e sono sicuro che i fatti mi daranno raggione. Ogni brano è una piccola perla musicale, che potenzialmente può essere considerato già un classico per la band. Altro fattore di non poco conto, è che i brani "Gaia's Legacy" sono fatti per essere suonati dal vivo e sicuramente sul palco gli Eldritch vi faranno impazzire. La produzione è eccelsa, un altro tassello che risulta determinate per la buona riuscita di un disco che si candida a diventare un classico del metal mondiale.

Voto: 10/10

Maurizio Mazzarella

lunedì 1 agosto 2011

ALCHEMY ROOM - Intervista alla Band


Intervista ai nostrani Alchemy Room, ci risponde Fabio La Manna:

Siete appena usciti sul mercato discografico con un nuovo album in studio, potete presentarlo ai nostri lettori?

-Il nostro primo disco è l'unione fra un demo del 2009 e un ep di fine 2010, vi sono delle differenze sostanziali che riguardano le canzoni proposte nei due ep,Origin of fears è sicuramente più metal e sperimentale,in cui ho anche suonato le tastiere cercando un approccio progressive e malinconico. mentre con A Matter of time abbiamo seguito una strada più diretta,sia musicalmente che per quanto riguarda i testi dei brani,ed è un lavoro più di gruppo,in cui ognuno ha curato maggiormente gli arrangiamenti per il proprio strumento in prima persona. Lungo la durata dell'intero disco si trova tutta la nostra passione per la musica progressiva dagli anni 70 ad oggi. Questo potrei dire in definitiva.

Come è nata la vostra band e quali sono le vostre origini?

-Alchemy Room è nato come mio progetto solista,in breve tempo è divenuta una vera band grazie soprattutto all'apporto di Andy e del suo coinvolgimento. Irene è nel gruppo dal 2008 mentre recentemente abbiamo cambiato bassista per la terza volta,confidando di aver trovato in Andrea la persona giusta.

Come è nato invece il nome della band?

-Alchemy Room è una stanza piena di cose,di suoni e colori,di elementi che si uniscono e si fondono,combattono anche fra di loro,si attirano e si respingono.ma non è confusione.è la creazione nel vero istante in cui avviene,ed è il luogo stesso in cui questa creazione prende forma,con l'intento di governare questi elementi si impara a padroneggiarli e si da nuova forma a una nuova vita man mano che si fa pratica con ognuno di essi.

Ci sono delle tematiche particolari che trattate nei vostri testi o vi ispirate alla quotidianità in genere? Che peso hanno di conseguenza i testi nella vostra musica?

-I testi hanno un ruolo essenziale,nonostante ancora oggi nella musica più dura si tenda a non evidenziare la loro pregnanza. origin of fears può essere definito un concept sulla paura di non arrivare a uno scopo,il timore di essere schiacciati.i pezzi all'interno del disco trattano di queste paure e delle barriere fra il singolo individuo e la società in cui vive di cui spesso è succube,della distanza fra le cose e gli eventi che attorno a noi creano ulteriori fobie e psicosi personali.Waking the child è letteralmente un invito a ognuno a non farsi schiacciare nè dalla società nè dalle proprie paure quotidiane e relazionali.

Quali sono gli elementi della vostra musica che possono incuriosire un vostro potenziale ascoltatore e quali sono quindi le qualità principali del vostro nuovo album?

-Credo che la ricercatezza di uno stile proprio e una propria identità artistica e di pensiero siano fattori che saltano all'orecchio dell'ascoltatore attento che si inoltra nel nostro territorio incuriosito.vorrei poter dire che mi piacerebbe arrivasse a tutti la nostra musica,ma chiaramente l'ascoltatore metal o prog è più facilitato ad assimilare certe strutture non immediate.l'immediatezza è una componente sulla quale lavorare,poichè il dono della sintesi credo che sia un valore aggiunto a un'opera d'arte.

Come nasce un vostro pezzo?

-Generalmente nasce da una melodia,poi su quella melodia si costruisce tutta una struttura e la melodia si evolve e ne deriveranno altre,ma senza una bella melodia non si va da nessuna parte.poi la struttura del brano si forma provando insieme,o cercando varie soluzioni alternative,ma stando sempre ben attenti a seguire soluzioni armoniche e dentro al significato concettuale del brano.

Quale è il brano di questo nuovo disco al quale vi sentite particolarmente legati sia da un punto di vista tecnico che emozionale?

-Ognuno di noi ha il suo brano preferito. Probabilmente il testo maggiormente incisivo è quello di Wakingthe child 2,il significato della canzone è di particolare importanza per me.musicalmente la fin absolue du monde è il brano più lungo e articolato,in cui abbiamo trovato e forgiato un nostro stile,una nostra identità musicale.

Quali band hanno influenzato maggiormente il vostro sound?

-Troppe davvero per quanto mi riguarda,potrei anche dire tutti e chiunque hanno influenzato gli Alchemy Room.Ogni band di questo mondo che per un attimo ha suscitato in un membro del gruppo un'emozione.

Quali sono le vostre mosse future? Potete anticiparci qualcosa? Come pensate di promuovere il vostro ultimo album, ci sarà un tour con delle date live?

-Stiamo facendo un lavoro di promozione con la nsotra etichetta su magazine,radio e fanzine online,cercheremo di fare più cose possibili per promuoverci a 360 gradi,chiaramente dobbiamo fare fronte alle difficoltà di un mercato musicale saturo in Italia e anche altrove,ma crediamo nelle nostre capacità di distinguerci.I live sono fondamentalmente uno sfogo,un divertimento,certo pianificheremo un tour promozionale come si deve verso fine anno,non vediamo l'ora!

E' in programma l'uscita di un album dal vivo o magari di un DVD?

-E' quasi pronto il dvd della nomadism records in cui figureremo anche noi con tre brani,video e tanto materiale!sta per uscire ,questione di poco tempo.

Come giudicate la scena musicale italiana e quali problematiche riscontrate come band?

-Trovo che ci sia davvero poco spazio per gli artisti emergenti perchè siamo davvero danneggiati tutti quanti dai media di oggi e dalla crisi economica e di conseguenza discografica.in giro comunque in italia sento un pò poca qualità, sia nel metal che in altri generi.ovviamente ci sono cose che mi piacciono e band italiane veramente valide ma generalmente ascolto musica "straniera".

Internet vi ha danneggiato o vi ha dato una mano come band?

-Internet da una mano,è innegabile,soprattutto con social network quale facebook o come quella cosa meravigliosa che è youtube.bisogna anche saperlo gestire,il web,come band,e non è mica affare semplice considerato quanto è immendo il popolo della rete e dispersivomil suo habitat virtuale.

Il genere che suonate quanto valorizza il vostro talento di musicisti?

-Il progressive è un genere tecnico quindi credo valorizzi questa componente in primis.un qualsiasi brano o composizione o improvvisazione un musicista dotato suoni risulterà all'udito gradevole se fatto con buon gusto.

C'è un musicista con il quale vorreste collaborare un giorno?

-Sono tantissimi ma se potessi collaborare con Peter Gabriel sarebbe l'apoteosi,l'uomo con gli orizzonti musicali più vasti vivente.

Siamo arrivati alla conclusione. Vi va di lasciare un messaggio ai nostri lettori?

-Comprate il disco,seguiteci dal vivo se passiamo dalle vostre parti e scriveteci per mail o contattateci nei social network di comune uso domestico..siamo dappertutto,trovateci!un abbraccio Fabio.

Maurizio Mazzarella

martedì 19 luglio 2011

COMMUNIC - The Bottom Deep


Ho sempre avuto molta stima nei confronti dei Communic, perché in un mondo dove spesso si ascoltano molti dischi in fotocopia, privi a volte di una giusta personalità, loro hanno sempre cercato di evolversi in modo coerente, senza mai vendersi al mercato, cercando costantemente di creare uno stile proprio, senza dover pagare dazio a qualcuno per forza di cose. Per questo, ogni loro disco, è sempre un qualcosa che li rende sempre migliori rispetto al passato e questo ultimo The Bottom Deep non viene certamente meno a questo concetto appena espresso. Il gruppo norvegese, attivo ormai dal 2003, giunge alla pubblicazione del proprio quarto album in studio e fa ritorno sul mercato discografico a distanza di tre anni dal precedente Payment of Existence. Da un punto di vista strettamente musicale, i Communic possiamo inserirli nel filone più ruvido e robusto del progressive metal, ma sarebbe comunque un concetto molto limitativo, perché troviamo nella loro musica tracce puramente heavy ed anche power, che spesso si fondono con momenti melodici intensi e penetranti. In molti paragonano i Communic ai Nevermore ed in un certo senso dei punti in comune tra i due gruppi ci sono, più che musicali direi come approccio ed attitudine, se poi ci mettiamo che il cantante Oddleif Stensland a volte fa il verso al mitico Warrel Dane ecco che il gioco e fatto, ma è un fattore che a mio parere può creare solo tanta confusione. Il disco come intuibile è molto buono, suona molto moderno ed attuale e questo è merito senza dubbio di una produzione curata in modo dettagliato e maniacale. I brani hanno un impatto molto forte, la presa non è completamente immediata perché negli arrangiamenti c'è una marcata complessità di fondo, eppure non mancano mai gli elementi ipnotizzanti come nel caso della bellissima Denial. Tecnicamente il disco è di notevole valore da tanti e diversi punti di vista e francamente è tutto il gruppo a brillare nei propri rispettivi compiti. Consiglio infine di ascoltarlo più volte, perché solo così possono essere compresi fino in fondo tutti i dettagli di un gran bel disco.

Voto: 8/10

Maurizio Mazzarella

lunedì 18 luglio 2011

ASTRALIA – Osmosis


Gli Astralia sono di Padova e dopo dieci anni ci riprovano con un nuovo album. Il precedente lavoro uscì per la Mellow Records, etichetta dedita al prog italiano, mentre ora è la Ma.Ra.Cash. Recordsdi Vigevano ad occuparsi della pubblicazione di “Osmosis”. Gli Astralia dimostrano di essere dei veri alfieri del genere progressive, con il quale cercano di esprimersi ricalcando sia sound tipici e storici di questo genere varipinto, ma che sa essere anche difficile, sia rimanendo in sintonia con esempi più receni che l’illustre genere ha prodotto, tanto da dichiarare una certa vicinanza con i Porcupine Tree. Eppure i rimandi rievocano maggiormente Genesis e Yes, ma si nota anche il dimenarsi tra più soluzioni, come la fusion, il funky e, ovviamente, l’immancabile psichedelia. “Osmosis” è un lavoro che alterna momenti di melodia, dove con disinvolta e fluida maestria gli strumenti si fondono con efficacia, come “The Flock” e “Mark One”, mentre in altri pezzi la tortuosità tipica del genere viene portata a livelli molto più alti, come in “Glove Box” e “Chatter Box” ad esempio. I punti forti degli Astralia sono loro stessi: essenzialmente i musicisti fanno ottimamente la loro parte e tra i cinque non si trovano anelli deboli, ma tutti apportano un sensibile contributo all’esecuzione dei pezzi. Personalmente ritengo che proprio questo aspetto nel progressive debba essere la base per poter sviluppare questo genere. Su questo aspetto a loro va l’augurio di trovare una sicura stabilità nella line up per il futuro. “Osmosis” va ascoltato a più riprese. L’album ne ha bisogno, anche se non mancano situazioni di immediata fruibilità, come l’opener, con incipit di organo alla Wakeman, “Let Me Loose”, e la grazia di certe pièce strumentali, come la title track. Gli Astralia si barcamenano tra il moderno e il sound dei bei tempi, realizzando così un ritorno davvero interessante e che coglierà l’attenzione degli amanti del progressive.

Voto: 7,5/10

Alberto Vitale

sabato 9 luglio 2011

QUEENSRYCHE - Dedicated To Chaos


A due anni di distanza da "American Soldier" fanno ritorno sul mercato discografico per la Roadrunner Records gli statunitensi Queensryche, che con questo "Dedicated To Chaos" raggiungono quota dieci in fatto di album prodotti in studio. Come noto, i Queensryche sono balzati alle cronache nel proprio percorso artistico grazie ad album di grandissimo livello, come l'esordio "The Warning" ed il seguente "Rage for Order", per poi toccare il cielo con un dito con l'autentica opera d'arte "Operation: Mindcrime", un disco che ha segnato un'epoca e che resta un'icona in ambito progressive. "Empire" è stato certo un album più commerciale, ma sempre di grande livello. Oggi ecco arrivare un disco dal mio punto di vista pregevole, distante dal progressive, ma sempre eccellente. In molti con la seconda parte di "Operation: Mindcrime" avevano pensato ad un ritorno definitivo alle radici, ma i Queensryche ormai hanno un'altra identità ed anche se i più conservatori storceranno il naso, ci troviamo di fronte ad un disco davvero di grande valore. Si spazia tra il rock ed il pop, con sfumature funcky, con una netta distanza rispetto a quei momenti epici del passato che ormai restaranno indelebili nelle menti di tutti, ma quello che deve piacere questa band, è la voglia di rinnovarsi ed evolversi, correndo certamente dei rischi, ma nel contempo prendensosi anche le proprie responsabilità. Per questo "Dedicated To Chaos" è un disco che può piacere, come può anche non piacere, ma biosogna essere obiettivi, giudicandolo per quello che è oggi, cancellando il passato dei Queensryche. Per questo, giudicando questo disco con grande obiettività, ci troviamo certamente dinanzi ad un prodotto nettamente di maggiore valore da un punto di vista musicale rispetto a tanti prodotti che oggi sono in circolazione. Tecnicamente la band non si esalta come in passato e forse strizza maggiormente l'occhio a stili dall'aspetto commerciale, ma dal nostro punto di vista, i Queensryche hanno un proprio marchio di fabbrica, hanno comunque un sound proprio che li rende unici e che li distingue da ogni altra formazione. La produzione è molto buona, il suono è davvero molto moderno ed attuale. Questo non sarà certamente un album che cambierà un'epoca, ma resta comunque un prodotto di qualità. Ed i Queensryche piaccia o non piaccia, sanno scrivere musica di qualità e lo hanno sempre fatto, anche quando alcuni dischi passati sono stati eccessivamente criticati. Per questo li promuoviamo, perché a noi "Dedicated To Chaos" piace. Si ringraziano infine la Warner e la Roadrunner nella persona di Mazia Morandi.

Voto: 7,5/10

Maurizio Mazzarella

giovedì 7 luglio 2011

INFINITA SYMPHONIA - A Mind's Chronicle


Disco pregevole ed interessante quello degli Infinita Symphonia, band proveniente dalla città Roma, attiva da circa tre anni sulle scene. Dopo la pubblicazione del demo "Into the Symphonia" nel 2009, ecco arrivare a due anni di distanza il loro reale disco d'esordio, ovvero "A Mind's Chronicle" edito dalla nostrana label Scarlet Records. Devo essere sincero ed onesto. E' bello ascoltare gruppi come gli Infinita Symphonia, perché ci confermano come la scena musicale nostrana sia viva, ma soprattutto, dimostra come ci siano sempre più band brave e competenti, capaci di scrivere del materiale buono e di qualità notevole, oltre che d'immenso spessore artistico. Devo anche dire che la band laziale ha tato le cose in grande. Come ospiti ci sono due nomi illustri come l'ex Judas Priest Ripper Owens ed il nostro Fabio Lione dei Rhapsody Of Fire. Il disco poi, è stato registrato presso gli studi di Giuseppe Orlando dei Novembre e masterizzato presso i Finnvox Studios in quel di Helsinki in Finlandia da Mika Jussila (Nightwish, Stratovarius, Sonata Arctica, Edguy). Ad ogni modo ci roviamo di fronte ad un gran bel disco. La band suona un progressive metal particolarmente intenso ed ispirato, dai connotati poetici, con fortissime venature power. Potremmo scrivere fiumi di parole dicendo che questa band somiglia a quel gruppo oppure a quell'altro e che magari ci sono forti influenze di altre formazioni più note e blasonate. Invece non scriviamo nulal di tutto ciò, semplicemente perché questo gruppo ha uno stile proprio, ha un sound proprio e questo non fa altro che confermare la grande personalità di un insieme di musicisti che perseguono un'identità precisa e determinata. I brani sono versatili, ma hanno un impatto molto forte. Sono complessi, gli arrangiamenti non sono semplici da un punto di vista compositivo, però la presa è facile, grazie a ritornelli incisivi ed ipnotici, a conferma di un modo di comporre molto ispirato ed intenso. Poi c'è il fattore tecnico, che io ritengo molto elevato. Dalle chitarre, alla voce ed alla sezione ritmica tutto è perfetto. Il suono e moderno ed attuale a conferma della produzione impeccabile. Gran bel disco, fatelo vostro. Sosteniamo la buona musica, sosteniamo il metallo italiano.

Voto: 8/10

Maurizio Mazzarella

mercoledì 29 giugno 2011

SYMPHONY X - Iconoclast


Sono consapevole del fatto che sto per dire una grossa eresia, ma dal mio punto di vista e per certi versi, attualmente preferisco di gran lunga i Symphony X ai Dream Theater. So bene che non è bello fare paragoni, ma sono pienamente convinto, che la band del bravissimo Michael Romeo abbia molto di più da dire della band di John Petrucci e lo dimostrano con i fatti, ma non allontaniamoci troppo dall'argomento in questione. "Iconoclast" (edito dalla Nuclear Blast) è l'ultimo lavoro in studio del combo del New Jersey, per la precisione è l'ottavo, che giunge sul mercato discografico a distanza di quattro anni dal precedente "Pradise Lost". Prima di fare eccessivi paragoni, possiamo dire tranquillamente che anche questo disco ha una storia propria. In "Paradise Lost" la band aveva trovato un equilibrio nel complesso definitivo, ma con questo disco prova ad osare, cercando di evolversi in modo coerente, senza discostarsi mai da quella che è la propria essenza musicale. Al centro di tutto c'è sempre del progressive metal sopraffino, ma quello che piace di più, è il notevole indurimento dei toni, coadiuvato da una sana dose di grinta e carisma. Tutto è perfetto, tutto è stato eseguito senza la minima sbavatura. La chitarra di Michael Romeo, che spesso è un po' "troppo carica" tipo i cannoli alla crema di "Acqua & Sapone", il film del buon Carlo Verdone, si sposa egregiamente con le tastiere di Michael Pinnella che non sbaglia mai un colpo. La sezione ritmica è un autentico massacro, un rullo compressore che spazza via ogni cosa passa dinanzi a se. Ma chi è davvero impeccabile è Russell Allen. Anche qui commetto un'eresia ed affermo che la sua voce per la band è un marchio di fabbria ancor più marcato della chitarra di Romeo e questo disco lo dimostra ampiamente. Quando venen dato alle stampe "The Divine Wings of Tragedy" andai letterlamente in estasi, ma dopo "The Odyssey" raggiunsi la convinzione che questo gruppo poteva spingersi ancora molto oltre e direi che prima "Paradise Lost" ed oggi "Iconoclast" confermano e rafforzano questo concetto. I brani sono compatti, hanno un impatto fortissimo, ma sono anche dotati di una versatilità affascinante, spesso ipnotizzante, seducente e nel contempo sempre molto energica. C'è una congrua complessità di fondo nei loro componimenti, ma la presa è facile, ogni ritornello si stampa nella mente e non ti lascia più. Anche questa è la forza dei Symphony X. Immenso quindi il talento compositivo e quello tecnico è ancora più elevato, inutile soffermarsi nel singolare, perché lo spessore artistico di questo gruppo è ben noto a tutti. La produzione a ben oltre la perfezione, il suono è molto moderno ed attuale e va anche ben oltrei i limiti della prospettiva. Io direi che questo è l'episodio più elevato dei Symphony X di tutta la loro carriera ed ha tutto per diventare un grande classico non solo della band, ma del settore progressive e di tutto il mondo metal. Provare per credere.

Voto: 9,5/10

Maurizio Mazzarella

lunedì 27 giugno 2011

THREE MONKS - Neogothic Progressive Toccatas


Un monicker sacro e misterioso, un titolo magniloquente, una copertina decisamente oscura ma con spiragli di luce… Insomma, ci sono tutte le premesse per un lavoro del tutto particolare. Sono queste le idee che transitano nella mia mente mentre mi appresto al suo ascolto e devo dire che le aspettative vengono rispettate appieno. I Tre Monaci sono i musicisti che compongono la band (a dir la verità però i batteristi che vi hanno lavorato son due), un trio quindi che però non deve subito farci pensare ad EL&P perché saremmo un po’ fuori strada. Vi dicevo prima di alcune aspettative sulla sua particolarità che viene subito svelata sia dalle note di copertina, sia dalle onde sonore che fuoriescono dalle casse dello stereo. Questo è un disco che ha un tema principale ed un protagonista che è forse lo strumento più misterioso, magico, arcano, trascendentale ed affascinante che l’uomo possa aver concepito: parliamo dell’organo a canne. Ebbene si, niente chitarre, niente sintetizzatori ma solo ed esclusivamente batteria, basso ed organo a canne. Davvero, davvero bravi Julius (organo), Bozorius (basso) e Placidus (drums), con l’aggiunta di Ursinius (drums sui brani 1-7) che riescono nell’intento di dar vita ad un lavoro che sa essere innovativo pur basandosi su trame musicali che affondano le loro radici nel passato (vuoi per il fatto che è un disco tradizionalmente prog e vuoi perché i suoni dell’organo a canne non possono non farci pensare ad antiche e gigantesche cattedrali pregne di suggestioni gotiche). I brani sono singolarmente dedicati ad una serie di organi a canne collocati geograficamente in cattedrali di un certo prestigio (Magdeburg, Merseburgs, Waldsassen) nonché quello dell’abbazia di St. Florian, accanto al quale son collocate le spoglie mortali di Anton Bruchner, famoso compositore austriaco che desiderava riposare proprio accanto al suo amato organo. Da citare inoltre un ottimo rifacimento del brano gotic-horror per eccellenza del panorama rock italiano, Profondo Rosso. Musica per palati fini, senza dubbio. Ora penso che se vi chiedo d’indovinare chi ha dato spazio ad un progetto di tal consistente portata risponderete tutti Black Widow… Bene, avete indovinato !!!

Voto: 8,5/10

Salvatore Mazzarella

venerdì 24 giugno 2011

YES - Fly From Here


Non penso che serva presentare una band del calibro degli Yes, visto che hanno fatto la storia mondiale non solo del rock progressivo, ma direi di tutta la musica a 360°. Tra momenti alti ed altri certamente molto bassi, la band britannica ha sempre avuto la forza di rinnovarsi, mantenendo costantemene intatta la propria immagine, evolvendosi anche in modo ponderato da un punto di vista prettamente musicale, rimanendo però sempre coerente con il proprio passato anche più glorioso. Oggi ci troviamo di fronte ad un'autentica gemma musicale, questo "Fly From Here", edito dagli amici della Frontiers Records, è il loro ventesimo disco in studio, che gli consente di far ritorno sul mercato discografico a distanza di dieci anni esatti dal mastodontico "Magnification". La band di oggi vede Benoit David alla voce, autore di una prova mastodontica, fantastica, ipnotizzante, capace di mantenere sempre elevato il confronto con chi lo ha preceduto, senza dare spazio ad alun tipo di rimpianto. Poi c'è l'incredibile Steve Howe alla chitarra, il suo tocco è sopraffino, oltre ad essere assolutamente inconfondibile. Dal mio punto di vista, è il vero marchio di fabbrica della band, molto del sound degli Yes si identifica sulle sue corde. Pregevole la singergia con le tastiere di Geoff Downes, che da il giusto colore ad ogni brano, ad ogni fraseggio, ad ogni nota, ad ogni arrangiamento, impossibile non innamorarsi e restare estastiati dalle sue melodie. Passiamo poi alla sezione ritmica, formata da Chris Squire al basso e Alan White alla batteria, ovvero un ingranaggio perfetto, che non va mai oltre i limiti, un autentico valore aggiunto per la band. Tecnicamente ci troviamo di fronte ad un disco di grande valore, il sound degli Yes è inconfondibile ed onestamente non esageriamo se riteniamo questo disco all'altezza anche dei grandi classici della band. I brani sono intensi ed ispirati, anche se c'è una netta complessità di fondo che non li rende assimilabili nell'immediato. "Fly From Here" è un'opera d'arte che va ascoltata nella sua completezza, perché perdersi anche una sola nota di questo disco è davvero un peccato mortale. Ottima anche la produzione, moderna ed attuale, ma sempre riconducibile ai mitici anni settanta nell'ideologia complessiva, possiamo quindi dire che Trevor Horn alla consolle ha fatto davvero un grande lavoro. Cosa dire di più, che la buona musica va sempre ascoltata, quindi di conseguenza, fate vostro questo disco senza alcun indugio, perché è nobile, raffinato ed elegante, ma soprattutto, è un'altra grande opera d'arte targata Yes.

Voto: 9,5/10

Maurizio Mazzarella

giovedì 16 giugno 2011

JACULA - Pre Viam


Recensire un disco di Antonio Bartoccetti, che sia sotto monicker Antonius Rex o Jacula, non è un’impresa banale e richiede a chi deve scrivere notevole predisposizione mentale all’ascolto, per compenetrare quelle che possiamo definire opere d’arte ‘totali’, e tanta tanta ispirazione, per cercare di trasmettere le sensazioni provate in modo ottimale al lettore. Ogni suo lavoro va contemplato, va respirato a pieni polmoni, va ascoltato in religioso silenzio, con concentrazione, per captare la dedizione fisica e mentale che l’artista marchigiano vi ha ivi posto in quanto le sue composizioni, come ribadito dallo stesso in più di un’intervista, sono il frutto di temporanei momenti di isolamento fisico e spirituale equivalenti alla vita monacale. Il Fato ha evidentemente deciso che questo è un periodo prolifico, per cui a meno di due anni dalla pubblicazione del magnifico Per Viam come Antonius Rex, è arrivato il momento di resuscitare Jacula dopo quasi 40 lunghi anni. Al di là di quelle che potrebbero esserene le eventuali motivazioni esoteriche, va obiettivamente sottolineato che le composizioni presenti su questo lavoro sono caratterizzate maggiormente da una vena prog e da un’aura spirituale più consistenti rispetto all’approccio fisico e più diretto nell’esplicazione del concept che era peculiarità del precedente Per Viam (vedi il rifacimento in chiave metal di U.F.D.E.M o la declamazione contenuta in Antonius Rex Prophecy). La novità, questa volta, è l’assenza delle tastiere (e della voce…) di Doris Norton, da sempre compagna di vita e d’arte, non concorde con una serie di scelte effettuate da Mr. Bartoccetti ma è di rilievo la presenza lungo l’arco di tutto il disco del figlio Rexanthony che, vuoi per la giovane età, vuoi per le proprie esperienze artistiche in ambito techno ed electronic music, ha dettato un mood diverso rispetto al passato donandone un tocco di ‘giovanile avanguardia’ (come precisato dallo stesso Bartoccetti in un intervista). E’ un piacere inoltre godere in più di qualche brano delle improvvisazioni chitarristiche di Antonio Bartoccetti, il cui solismo è caratterizzato dall’uso di quattro dita (… e non tre, com’era ed è abitudine dei chitarristi nati artisticamente nei seventies) e i più attenti tra voi ne apprezzeranno la differenza. Si apre alla grande con Jacula Is Back, dove effetti infernali schiudono le porte ad una chitarra acustica che ricama un arpeggio madrigalesco, prima che un loop di tastiere supporti una ritmica di stampo hard rock su cui si staglia la splendida chitarra solista. Non tragga in inganno tale inizio perché già nella successiva Pre Viam l’atmosfera diventa più cupa e riflessiva e la presenza delle tastiere diventa più consistente, facendo si che si riescano a captare le differenze (per chi conosce bene i passati lavori) rispetto agli arrangiamenti utilizzati in precedenza. Molto moderno e pregevole il pianoforte di Rexanthony in Blacklady Kiss, che crea un’atmosfera ‘maledettamente’ soave prima lasciare spazio al synth con un notevole assolo new prog; anche in questo brano è presente un grande assolo di chitarra. Il sottotitolo di Deviens Follie, Gothic Love Piano, è esplicativo dei suoni che giungono alle nostre orecchie mentre un drammatico tappeto di tastiere apre la splendida In Rain, caratterizzata dalla presenza di un’autentico coro gregoriano ed ancora una volta da uno splendido assolo di chitarra. Piano e synth descrivono perfettamente il mood oscuro di Godwitch, prima del tragico epilogo, Possaction, in cui è presente la declamazione di un esorcismo su una ritmica marziale e le reali urla di una ragazza drammaticamente non più presente su questo mondo. L’artwork è eccezionale come sempre accade nei dischi di A.Rex/Jacula ed il giudizio finale non può che essere lusinghiero, soprattutto per quanto ho pronunciato in apertura a questa recensione. Vi invito ad entrare nel mondo di quest’artista, di cui si possono condividere o no le idee, perché l’ascolto della sua musica vi donerà sempre qualcosa in più oltre alle sette note. Ringraziamo Black Widow, che continua nel tempo a scegliere artisti di spessore per le proprie pubblicazioni e per la collaborazione con la nostra testata.

Voto: 10/10

Salvatore Mazzarella

mercoledì 15 giugno 2011

CONSORTIUM PROJECT V - Species


Un disco bellissimo, da estasi, capace di lasciarti a bocca aperta. Davvero, questo è un disco sconvolgente, capace forse di rivoluzionare un intero settore musicale e non sto scherzando. I Consortium Project per chi non lo sapesse, fanno testa al noto vocalist degli olandesi Elegy, ovvero il mitico Ian Perry, che nel proprio percorso musicale, ha sempre composto album dalle indubbie qualità sia tecniche che compositive e certamente questo ennesimo capolavoro, non viene certamente meno a codeste caratteristiche. "Species" è il quinto capitolo di questa esperienza, edita per la Lion Music e che giunge sul mercato discografico a distanza di quattro anni dal quarto capitolo intitolato "Children of Tomorrow". Da un punto di vista strettamente musicale, questo progetto resta ancorato saldamente al classico power/progressive metal che ha sempre caratterizzato i componimenti vari di Ian Perry, che nell'occasione ci mostra uno stile più solido, molto maturo e compatto, ma sempre versatile e variopinto, il tutto supportato da un suono molto moderno ed attuale, che non va mai oltre i limiti. Come facilmente intuibile, Ian Perry si è circondato di guest di notevole spessore, come tra i quali spiccano Stephan Lill (Vanden Plas), Niels Vejlyt (Infinity Overture), Kris Gildenlöw (Pain of Salvation) ed il mitico Casey Grillo (Kamelot). Personalmente ritengo "Species" il capitolo migliore di questo progetto, per l tipologia dei brani e perché con grande maestria Perry riesce ad unire impeccabilmente il talento compositivo alla tecnica ed anche all'intensità. Per questo nonostante questo sia un disco tecnicamente molto complesso, il pregio principale è quello di farlo notare relativamente, nel senso che la presa dei brani è immediata, ma è sempre possibile ascolto dopo ascolto apprendere un folto numero di sfumature non semplici da percepire immediatamente. Poi c'è un altro aspetto. In molto vedono nei Dream Theater il punto di riferimento principale in ambito progressive metal, io direi che Ian Perry si discosta molto da questo concetto, perché con la sua musica riesce sempre a creare uno stile molto personale che lo identifica e lo rende unico, senza dover pagare dazione a nessuna altra band. Lo ribadisco, questo è un grande disco, rinvigorito anche da una produzione curata nel più piccolo dei particolari. A prescindere da ciò che amate ascoltare, fate vostro questo disco perché può fare la storia del metal non solo in ambito progressive.

Voto: 9,5/10

Maurizio Mazzarella

SUN CAGED - The Lotus Effect


Ho sempre apprezzato i Sun Caged, band rigorosamente olandese attiva ormai da circa undici anni. Il loro è sempre stato un tipo di progressive metal molto influenzto dai Dream Theater ed anche dai Symphony X se vogliamo, ma nel complesso hanno sempre espresso una identià precisa, oltre a mostrare una personalità non fortissima, ma senza dubbio discreta. Tutti i loro album sono sempre stati di grande qualità, per questo, a prescindere dalle indubbie influenze, non li considero una band clone di Petrucci e compagni, bensì una band con passione, che prova a farsi strada senza disdegnare il mondo che la circonda, puntando però ad esprimere costantemente la propria inventiva. Questo nuovissimo e bellissimo "The Lotus Effect" non viene assolutamente meno a questo concetto, anzi, ci mostra una band maturata davvero tanto in senso assoluto, sia da un punto di vista tecnico, che compositivo. Certo, i pezzi non sono snelli e sono in possesso di una congrua complessità di fondo, ma si fanno apprezzare perche non sono indigeribili, ma scorrono sempre in modo fluido, se pur privi di un dinamismo che gli avrebbe donato certamente maggiore lustro. Parliamo comunque di una band fuori dal comune, che ha classe e qualità da vendere, che però provare a spingersi oltre, senza specchiarsi esageratamente nella propria bellezza che resta comunque indiscussa. Sia chiaro, i parametri del settore sono rispettati al massimo, anzi, in alcuni e più casi vanno anche oltre, nel senso che c'è molta poesia nella loro musica ed è questo forse il fattore che più rende apprezzabile una band, che in modo ponderato sa gestire la melodia, con momenti più incisici e duri. La produzione è davvero molto buona, è molto in stile "Awake" se vogliamo e giova di un suono molto moderno ed attuale, il che dona maggiore valore al disco stesso. Per concludere, se vi piae questo genere, certamente vi piacerà anche questo ultimo lavoro dei Sun Caged, che tornano sul mercato discografico per la Lion Music a distanza di quattro anni dal precedente "Artemisia" e che raggiungono con "The Lotus Effect" quota tre dischi in studio.

Voto: 7,5/10

Maurizio Mazzarella

venerdì 10 giugno 2011

ULVER - Wars Of the Roses


Deve far riflettere la metamorfosi messa in atto da tanti di quei gruppi che hanno mosso i primi passi tra face painting, croci rovesciate e satanismo spicciolo, giusto per far breccia nell’immaginario di adolescenti alla ricerca di sensazioni forti nei noiosi pomeriggi trascorsi nella propria cameretta… Da un lato i Darkthrone che hanno virato verso lidi più canonicamente hard ‘n’ heavy, dall’altro gruppi come Anathema, Opeth ed appunto Ulver che hanno marcato ancor di più la loro evoluzione cambiando radicalmente la loro proposta, oggi a base di un rock progressivo che mescola sapientemente ambient, wave, psichedelia ed hard rock. Ed in tutti i casi sopracitati il risultato è stato pregevole. Ricerca del successo, voglia di essere più commerciali ? Non direi proprio !!! Date un ascolto a questo Wars Of The Roses e vi renderete conto che qui di commerciale non c’è nulla, perché non è detto che melodia, atmosfera, immaginificità, che in questo lavoro ne trovate in maniera copiosa, vadano a braccetto con accessibilità. Segno questo che gli Ulver, così come gli altri gruppi che abbiamo nominato, son composti da artisti di spessore che con l’andar del tempo son riusciti a mettere a frutto le loro vere passioni musicali. Non è facile penetrare nel mosaico musicale che hanno costruito gli Ulver con questo lavoro. Ci vuole predisposizione mentale e preparazione, ma con l’andare avanti degli ascolti scoprirete ogni volta un tassello in più ed apprezzerete ad esempio il magnifico lavoro di batteria svolto in February MMX ed in September IV, dalle rullate all’incredibile utilizzo dei tempi dispari, le suggestive vocals dell’ospite Attila Csihar in Providence, il sapiente utilizzo degli effetti e delle dissonanze. Insomma, pensate un po’ ai Pink Floyd se non fosse andato via Waters ed avessero deciso di ricominciare a sperimentare come nei primi lavori. Il fatto che questo disco esce per Kscope Music, il rifugio di gente come Anathema e Steven Wilson assieme a tutte le sue creature (Porcupine Tree, Blackfield, ecc…), vi dà ulteriormente idea e garanzia dell’altissima qualità di questo cd.

Voto: 8/10

Salvatore Mazzarella

lunedì 30 maggio 2011

X OPUS - The Epiphany


Partorito dalla mente del polistrumentista (va bè, principalmente chitarrista diciamo…) statunitense James Williams, X Opus è un progetto oggi al debutto, il cui lavoro di composizione ed arrangiamento è stato svolto interamente dallo stesso (per la precisione chitarra, basso e tastiere sono suonate mentre la batteria è programmata) mentre le vocals sono affidate ai tecnicamente dotati Brian Dixon e David Crocker. Da più parti si è sentito parlare di Dream Theater e Symphony X… Facile quando si ha a che fare un disco di metal americano, con influenze neoclassiche, in cui la durata media dei brani è superiore a quella di una normale canzone. Certo, è vero che l’intro di chitarra che si staglia su un tappeto di tastiere nell’opener Terrified dipinge un’atmosfera tipicamente theateriana, così come le parti vocali di In The Heavens e I Will Fly sono riconducibili ad un James La Brie in stato di grazia. È vero anche che i brani sono abbastanza strutturati come le composizioni dei gruppi di John Petrucci e Michael Romeo, mettendo in mostra le capacità compositive di Williams, ad esempio la lunga Forsaken. In realtà, se avete superato gli anta come me, non potrete fare a meno, in modo epidermico, di ricordarvi di quel Malmsteen post Trilogy, che con Odissey, Live in Leningrad ed Eclipse viveva il suo periodo di massimo splendore. C’è molto dell’axeman svedese in questo lavoro: se non propriamente nei fraseggi di chitarra (che pescano anche dal repertorio dei sopracitati Petrucci e Romeo), comunque dalle armonizzazioni all’utilizzo dei cori, dalle amosfere neoclassiche al lavoro d’insieme… se vogliamo vederne i pregi. Se vogliamo trovare invece l’unico difetto, anche questo è accostabile alle bizze di Yngwie… Il voler fare tutto da solo !!! Perché se questo disco fosse stato suonato da una band vera e propria (che comunque sembra sia stata formata coll’approssimarsi di alcune date live), con una batteria vera e non programmata, con le individualità di 4 o 5 musicisti che valorizzassero le comunque ottime composizioni, avremmo a che fare con un disco stellare. Così non è, anche se, senza ombra di dubbio, sarà un platter gradito agli amanti del genere.

Voto: 7/10

Salvatore Mazzarella

mercoledì 25 maggio 2011

RED ONIONS - Diario Di Un Uomo Qualunque


Sette sono gli anni da cui i Red Onions sono attivi su tutti i palchi possibili della loro zona (sono di Perugia…), per cui è arrivato il momento giusto per proporre il loro debutto, autoprodotto negli studi dell’ Associazione Culturale L’Officina, Diario Di Un Uomo Qualunque, un concept così come vuole la tradizione prog dei seventies sul viaggio interiore che ognuno di noi, appunto, potrebbe compiere. Si, perché questo è un disco prog al cento per cento e di quel periodo ne abbraccia la concettualità, i canoni compositivi e le sonorità. E’ nei momenti più atmosferici che fanno capolino le influenze di Pink Floyd, Genesis, PFM, Caravan e compagnia annessa… Nei momenti hard non è difficile capire quanto i nostri amino Deep Purple, Led Zeppelin e Uriah Heep. Le chitarre sciorinano assoli ora gilmouriani, ora in tipico stile Page e vi assicuro che ascoltarli è un vero piacere. Se poi vogliamo trovare un unico termine di paragone diciamo che su tutto il lavoro aleggia lo spirito dei Biglietto Per L’Inferno, fatte le debite proporzioni specie per quanto riguarda le vocals che purtroppo sono un po’ il tallone d’Achille di questo lavoro… Andrebbero più curate, per quanto comunque ne và apprezzata la loro genuinità. Un vincolo (ma non un difetto) è che questo disco piacerà solo agli appassionati del genere. Per info www.redonions.it .

Voto: 7/10

Salvatore Mazzarella

lunedì 9 maggio 2011

PENDRAGON - Passion


Un disco davvero affascinante e forse nel complesso direi anche spiazzante. I Pendragon, attivi ormai da poco meno di trenta anni, sono una band assolutamente nota a livello mondiale e questo nuovo "Passion", è il nono disco in studio realizzato dalla band britannica, che torna sul mercato discografico a distanza di tre anni dal precedente "Pure". Musicalmente ovviamente non ci sono stravolgimenti, i Pendragono hanno scritto pagine indelebili di musica sopraggina in ambito progressive assieme a gruppi come Marillion, IQ, Pallas e Twelfth Night, tributando nei propri disco band del calibro di Genesis e Pink Floyd. "Passion" si dimostra un lavoro davvero innovativo. La componente progressive ovviamente resta al centro di tutto, ma i Pendragon si dimostrano una band dinamica, che cerca di guardare con coerenza al futuro rinnovandosi in modo palpabile rispetto al passato anche più recente. Regna sovrana la melodia nella loro musica, ma c'è anche una voglia di innovarsi in senso stretto, con suoni moderni ed all'avanguardia, che arricchiscono notevolmente quella che è la proposta complessiva dei Pendragon, che in più d'un frangenti provano anche destreggarsi su toni più crudi e ruvidi del solito. Tecnicamente ci troviamo di fronte ad un lavoro di noteovole livello e spessore arstico, ogni componimento è impeccabile oltre che estasiante. Ma quello che piace dei Pendragon è la capacità di sedurre con musica complesso, all'appareza dalla presa difficile, ma invece molto semplice d'assimilare per la grande passione ed intensità contenuta al suo interno. I Pendragono componogono musica poetica ed ispirata e per questo mantengono sempre elevato il fattore coinvolgimento. Ottima anche la produzione, con un suono molto pulito e limpido. "Passion" è un'autentica opera d'arte, non lasciatevela scappare.

Voto: 8/10

Maurizio Mazzarella

giovedì 5 maggio 2011

PAGAN'S MIND - Heavenly Ecstasy


I Pagan's Mind vengono dalla Norvegia e sono attivi da oltre dieci anni. Questo nuovissimo "Heavenly Ecstasy" edito per la teutonica SPV è il loro ultimo e quarto lavoro in studio e giunge a distanza di quattro anni dal precedente "God's Equation". Musicalmente non c'è possibilità di errore, la band norvegese suona un elegente e raffinato progressive metal, facendo molta leva sulle proprie qualità tecniche e su un sound che paga dazio come facilmente intuibile al classico stile scandinavo. Ne viene fuori un mix assolutamente succulento e gustoso. Il punto fermo dei Pagan's Mind restano i Dream Theater, c'è infatti molto del mitico "Images And Words" in "Heavenly Ecstasy", ma in più in diversi frangenti si odono echi di gruppi come Stratovarius e Nocturnal Rites, che fanno elevare e non poco il fattore coinvolgimento. Soprattutto il suono delle chitarre di Jørn Lofstad (ex Jorn) sono un mix tra Petrucci e Tolkki, ma anche le tastiere di Ronny Tegner non si discostano molto da quelle di Jens Johansson e questo la dice lunga sullo stile complessivo dei Pagan's Mind. Come intensità ed appeal c'è invece molto dei Last Tribe, soprattutto nei momenti più ispirati. Il disco, lo diciamo subito, è davvero molto bello e soddisfa da ogni punto di vista. I Pagan's Mind si dimostrano una band molto dotata da un punto di vista tecnico e questo fa elevare all'ennesima potenza lo spessore aristico e la qualità compositiva del gruppo e del disco stesso. I brani sono verstili, hanno un impatto molto forte e si dimostrano di facile presa nonostante una massiccia complessità di fondo, proprio perché l'ispirazione e la poesia sono al centro di tutto. La forza della band, dotata di una forte personalità oltre che di una identità molto precisa, è infatti proprio quella di ipnotizzare ed incantare con la propria musica. Ottima anche la produzione, curata in modo davvero maniacale. Gran bel disco.

Voto: 8,5/10

Maurizio Mazzarella

mercoledì 4 maggio 2011

AURA - Deliverance


Disco piacevole ed assolutamente interessante quello realizzato dai nostrani Aura, band nata nell'ormai lontano 1996 ad opera di Giovanni Trotta, Angelo Cerquaglia e Giuseppe Bruno, tre amici che intendono divertirsi con la musica e si vede in modo marcato in questo "Deliverance", un lavoro che affonda le proprie radici prevalentemente nel rock prog anni '70 e nel metal degli anni '80 e '90. Ad essere onesto e sincero, posso dire senza alcun problema che "Deliverence" mi ha davvero stupito. E' un disco nobile, elegante e raffinato, che rimarca il notevole spessore arstistico di un gruppo dotato di una identità molto precisa, ma soprattutto di una personalità fortissima. Da un punto di vista strettamente musicale, gli Aura non scoprono certamente nulla di nuovo, ma nonostante le proprie radici siano particolarmente chiare, hanno la capacità di non copiare nessuno, se non loro stessi. "Deliverance" gode di musica originale, che non paga dazione certamente ad altre band del settore, se non alla classe ed al talento dei singoli compenti degli Aura. Siamo di fronte ad un gruppo dotato d'immense capacità da un punto di vista compositivo, profondamente ispirato e capace anche di trasmetterre nelle proprie note una fortissima intensità. Altro aspetto da non trascurare, è certamente il talento compositivo della band. Ogni componente si dimostra un grandissimo musicista con il proprio strumento alle mano. Inutile citare altre band per fare paragoni, perché ci sono tutte le migliori nella loro musica, si passa infatti dai Dream Theater ai Genesis, dalla PFM agli Emerso Lake & Palmer e tantissimi altre formazioni che hanno fatto la storia del "progressive" a tutto tondo. "Deliverence" è certamente un disco complesso, non facile da comprendere nell'immediato, necessita di più ascolti per essere assimilato, ma i suoi brani sono in possesso di un impatto molto forte e questo gli consente di essere amato sin dal primo momento. Discreta anche la produzione, anche se con un suono più pulito e moderno, il disco avrebbe reso molto ma molto di più. Noi dal canto nostro facciamo i nostri più sentiti complimenti agli Aura e ci scusiamo con la Spider Rock Promotion per il ritardo con il quale pubblichiamo questa recensione.

Voto: 8/10

Maurizio Mazzarella