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lunedì 12 settembre 2011

MAJESTIC DOWNFALL - The Blood Dance


Jacopo Cordova è la mente pensante del progetto Majestic Downfall e “The Blood Dance” è il secondo album, il quale segue il debutto del 2009 “Temple Of Guilt”. L’essenza di questo lavoro è a metà strada tra il doom e il gothic, dove poi trova spazio qualche inserto di chitarra acustica che riesce ad ammorbidire il flusso di dannazione che pervade le otto tracce della release. L’album è imperniato su pezzi piuttosto lenti, ma con diverse accelerazioni sparse le quali mirano a offrire una maggiore dinamicità all’album, il suo vero punto di forza. Nel complesso però “The Blood Dance” tende a ripetere se stesso in più occasioni, in quanto il problema di fondo sembra essere la sua incapacità nel differenziarsi dalle uscite del calderone. Tutto quanto sembra seguire il canonico copione come la durata medio-lunga dei brani, le liriche sofferte ( in questo senso c’è da dire che è buona la prova di Corodova nel growling), le melodie dal tono epico, ma a conti fatti tutto questo non concede scorrevolezza a “The Blood Dance” e non offre alcun elemento caratterizzante, nonostante la buona produzione che lo ha plasmato. Sicuramente brani come “An Untravelled Road”, “Cronos” e “On Silent Wings” sono probabilmente i migliori, ma dopo qualche ascolto anche queste canzoni si riallacciano alle altre e di conseguenza si ha la sensazione che “The Blood Dance” tutto sommato non riesca a soddisfare l’ascoltatore. Il musicista messicano ha spirito e convinzione nei propri mezzi, ma il songwriting non ha prodotto un album da tenere in debita considerazione. Chissà se i richiami a sacerdoti del culto doom, come i primi Anathema o i My Dying Bride, siano stati molto più incisivi della musica stessa!

Voto: 6/10

Alberto Vitale

RÊX MÜNDI - IHVH


Si può parlare di un capolavoro vero e proprio, l'ultimo album dei REX MUNDI, prodotto in collaborazione con la "Debemur Morti Productions".

La band black metal francese, formatasi nel 2003, presenta, nel proprio genere, anche qualche influenza atmosferica, nonchè qualche tendenza al doom, riesce a dare una buona impronta di sè con questo prodotto contenente sette tracce e della durata complessiva di circa cinquanta minuti.

E' l'unico album inciso fino a questo momento ed ha per titolo IHVH; non si sa affatto il significato, ma è risaputo che quella del 2011 non è altro che la rimasterizzazione del prodotto uscito già nel 2005, il quale, però, all'epoca, era sprovvisto di etichetta.

Davvero incisivi i cambi di tempo, ma un pò tutte le ritmiche in generale e ciò lo si evince anche dall'ottima qualità della registrazione, che presenta anche un favoloso sound di chitarra e di basso.

Inoltre, lo scream è intonato al punto giusto, anch'esso così dominante, quasi da fare invidia ai grandi talenti vocalists black metal del passato.

Da mettere in rilievo anche quella leggera atmosfera che si avverte appena appena e che trascina l'ascoltatore in un viaggio nell'oscurità, attraverso l'inconscio.

I testi, propri del genere, parlano di occultismo, magia nera, del male in generale.

Si spera che in futuro, il quartetto transalpino riesca a produrre qualche altro capolavoro come quest'ultimo LP.

Voto: 8/10

Antonio Potì

lunedì 8 agosto 2011

SERPENT CULT – Raised by Wolves


Il ritorno discografico dei belgi Serpent Cult è un evento davvero gradito. Dopo l’EP “Trident Nor Fire” del 2006 e il primo album del 2008 “Weight of Light”, ecco dunque giungere il secondo album studio, ovvero “Raised by Wolves”. La band di Gent si è però ritrovata ad essere, come nei primordi della nascita, un micidiale trio in quanto orfana dal 2010 della cantante Michelle Nocon. “Raised by Wolves” è l’insieme di quattro pezzi, tutti ovviamente di una durata importante e che dilatano i suoni fino a sovrapporli in atmosfere anche diverse tra loro, ma capaci di convivere nelle loro stesse diversità. Di base i Serpent Cult hanno un sound dal retaggio doom/post metal, ampiamente espresso nell’iniziale title track, mentre con l’avvicendarsi di “Crippled and Frozen” ecco che l’anima più sperimentale e anarchica dei tre prende vita, con richiami ai Neurosis e al grunge più oscuro e ruvido dei Melvins. Sono però i 10’47’’ di “Longing For Hyperborea” a guadagnarsi il titolo di miglior pezzo del lotto, grazie ad una fase centrale nella quale lo sludge, il post-rock, l’attitudine all’improvvisazione in stile jazz e la psichedelia si fondono ad un livello superiore. A chiudere la scaletta c’è “Growth of the Soil”, ovvero il brano più metal tra i quattro nel quale l’attitudine cupa, ossessiva e malvagia sempre presente in “Raised by Wolves” è esposta a tinte sensibilmente più forti. Brani dinamici, roboanti melodie e sequenze che si alternano in percorsi oscuri e cerebrali; suoni d’impatto, densi ma cupi, voci laceranti e cascate di solitudine che piovono su tutti i pezzi. Ascoltare “Raised by Wolves” diventa un titanico viaggio mentale, nel quale si odono atmosfere che abbracciano, senza spersonalizzare il sound dei belgi, più situazioni e interpretazioni musicali.

Voto: 7,5/10

Halb9000

lunedì 1 agosto 2011

BRAINOIL - Death Of This Dry Season


Ultimo capolavoro per i BRAINOIL, dal titolo "Death Of This Dry Season". E' il quinto prodotto per la band statunitense, dopo la demo del 1998 (anno di formazione della band), i due split del 2002, di cui il primo con i Cruevo e il secondo con una band della quale non si è ancora a conoscenza del nome e l'omonimo album del 2003. Quindi, dopo otto anni di assenza dalla scena musicale, il gruppo di Oakland torna alla ribalta con questo album composto da sette brani con l'etichetta "20 buck spin". Il genere dell'ultimo prodotto della band californiana (sludge/doom metal) lo si può considerare come una specie di stoner; infatti, questo lo si può avvertire nel timbro del sound e della voce, la quale rappresenta una via di mezzo tra il growl e lo scream. In quanto alle ritmiche ed ai riffs, in alcune parti, si può davvero accennare ad un'ispirazione di tipo crust; questi ultimi, si alternano a delle fasi più rallentate, proprio a carattere doom. Piuttosto discreto, a mio parere quest'ultimo album realizzato dal trio californiano.

Voto: 7/10

Antonio Potì

venerdì 29 luglio 2011

DOOMRAISER - Mountains Of Madness


Ritornano alla grande i capitolini Doomraiser con un nuovo masterpiece di puro doom metal, questo Mountains Of Madness che non solo conferma quanto manifestato nel precedente Erasing The Remembrance ma, addirittura, prosegue l’operazione di ricerca di nuove forme espressive pur rimanendo saldamente ancorati al genere proposto. E se ci riflettete bene non è affatto facile, infatti non pochi sono i gruppi che partendo con queste intenzioni finiscono con lo snaturare la propria essenza fin quasi a sovvertire le proprie radici. Cosa che non è accaduta affatto ai nostri, che hanno saggiamente lavorato sulle atmosfere, aumentando la componente psichedelica all’interno però di brani ottimamente costruiti, abbastanza lunghi (son 5 tracce) ma senza perdersi in tediosi ed ossessionanti loops strumentali. Il titolo del lavoro, così come la title track, che è un manifesto di questa ricerca atmosferica, traggono ispirazione da un racconto di H.P. Lovecraft, che fornisce lo spunto anche per l’eccellente art work, opera come nel precedente lavoro di Stefano Scagni. Impressionante il wall of sound di Phoenix, graziato anche dagli intensi assoli di BJ al basso e di Drugo e Willer alle chitarre. Re-Connect colpisce per il suo refrain rabbioso ed energico ma ricco di groove. In Vampires Of The Sun le vocals di Cynar ricordano a tratti il Chris Cornell più evocativo mentre Like A Ghost suona come se i Cathedral più sperimentali avessero un cantante tecnicamente migliore (…e bravo ancora Cynar !!!). Niente altri giri di parole: in Italia sono attualmente il gruppo doom n.1 . Si ringraziano BloodRock Records e Black Widow per la collaborazione.

Voto: 8,5 / 10

Salvatore Mazzarella

THE RESURRECTION SORROW - The Scorpion Savior Sessions


Secondo prodoto della band dal nome THE RESURRECTION SORROW, che dopo l'album "Hour The Wolf" del 2009, incide "Sorpions Saviour Session", un mini LP composto solamente da tre brani e dalla durata totale di appena dodici minuti. Un heavy metal con molte influenze stoner, ma anche con un pizzico di nu metal. Del resto, lo stoner, è tipico, nonchè originario del panorama orientale statuinitense. Il quartetto newyorkese, con questo mini LP, non fà altro che anticipare il prossimo album, che conterrà appunto questi tre brani, o almeno uno di questi. Accettabili i componimenti, anche se a tratti appaiono un pò rallentati, monotoni e privi di professionalità e questo lo si riscontra soprattutto nel lavoro apportato dal chitarrista Zak Gross e dal batterista Louie Gasparro. Nel complesso, un lavoro che riesce ad acchiappare e a raggiungere di pochissimo la sufficienza.

Voto: 6/10

Antonio Potì

ISOLATION - Closing The Circle


Un doom rock/metal molto atmosferico e depressivo quello degli ISOLATION, che sfornano il loro primo album dal titolo "Closing The Circle", che succede, dopo alcuni anni, ai loro primi due demo. Dieci brani dalle ritmiche molto lente e cadenzate, che inducono l'ascoltatore ad uno stato di noia totale, in quanto molto ripetitive e monotone, specialmente nel quinto brano, l'unico strumentale, dal titolo Nomad. La voce appare a tratti un pò troppo stonata, soprattutto in quelle poche parti growl presenti nell'album (sempre se di growl si può parlare). I riffs di chitarra appaiono molto semplici e con un sound privo di originalità e di significato ed anche il logo della band appare molto elementare. L'unica nota positiva del nuovo prodotto della band tedesca è il lavoro svolto dal nuovo bassista Andre Jonas; da ammirare, infatti la sua tecnica, eseguita con grande fluidità e precisione. In conclusione, componimenti davvero molto insignificanti, che lasciano spazio ad un debut album piuttosto scadente!!!

Voto: 3/10

Antonio Potì

martedì 19 luglio 2011

SOURVEIN – Black Fangs


Era il 1996 quando i Sourvein realizzarono uno split con i Buzzov•en. Quella era la prima vera testimonianza discografica di questa band doom/sludge del North Carolina, più precisamente di Cape Fear Beach. Ma da allora hanno poi realizzato, contando appunto “Black Fangs”, solamente tre album ma non rinunciando mai al formato EP e all’idea dello spilt, i quali sono stati poi diversi. Una discografia dunque costellata nel tempo da diverse pubblicazioni “minori”, piccole testimonianze del proprio imperioso sound robusto e tetro, il quale ritrova finalmente più spazio e possibilità di esprimersi in questa nuova release, griffata Candlelight. Già dalla visione della copertina si intravede il mondo oscuro, funereo e torvo dei Sourvein: un mondo fatto di riff sempre e continuamente granitici, ma dai toni immensamente opachi e decadenti. “Black Fangs” è una totale deriva sonora: è l’avanzare di tonnellate di magma infernale che ricopre ogni cosa e sprigiona un lezzo di disarmante alienazione. Da subito, ascoltando l’album, si palesa una qualità nel sound indubbiamente superiore rispetto alle passate pubblicazioni, merito anche di una produzione che grazie al cielo non ha però escluso la tipica ruvidità di sempre. Riconfermano se stessi con “Black Fangs” i Sourvein e questo è da leggersi anche come una mancanza di novità, ma che allo stesso tempo dimostra quanto di buono abbiano sempre fatto negli anni, visto che sono tra le band seminali del genere. “Black Fangs” è un lavoro genuino, sincero, viscerale, crudo e tradizionale. La speranza è che grazie alla Candlelight trovino ora un continuità nel realizzare altri album, anzichè lavori di natura underground.

Voto: 7,5/10

Halb9000

lunedì 18 luglio 2011

WOLFHEAD - Wolfhead


Provenienti dalla Spagna, per la precisione dalla città di Barcellona, allo stato attuale patria del calcio, i Wolfhead attivi da circa tre anni, giungono con questo album omonimo al proprio esordio sul mercato discografico, anche se ogni membro che compone il gruppo vanta un congrua esperienza musicale. La band della Catalonia si colloca come settore tra lo stoner ed il doom metal, vede nei Black Sabbath dei primi tempi il proprio punto di riferimento principale, ma non guarda alla parte più estrema del settore, bensì a quella più melodica, ma non certo al settore più commerciale. Inutile fare troppi esempi, prendete gruppi come Orange Goblin, Electric Wizard, Monster Magnet oltre agli stessi Black Sabbath, frullateli tutti assieme ed ecco che viene fuori una band interessante e di prospettiva come appunto i Wolfhead, che però hanno ancora molto da imparare. Il disco è discreto, non è nulla di esaltante, ma per alcuni tratti si lascia rispettare, pur non stupendo fino all'eccesso. Ha però in dote una buona dose di grinta e carisma e questo un gran per punto di partenza per un gruppo che ha i mezzi, ha la volontà, ma allo stesso tempo è ancora molto limitate, sia da un punto compositivo ( i pezzi devono essere più diretti e snelli non nella durata, ma nel corredo) che anche tecnico. Non c'è poi un buon supporto tencologico, nel senso che la produzione è davvero sommaria e non all'altezza della situazione. Altro neo è il cantante, certamente molto aggressivo e grintoso, ma deve decidere se assomigliare ad Ozzy oppure a Lemmy. Anche il cantante deve comprendere se il suo idolo e Iommi, o se la sua chitarra deve ricordare lo stile Motorhead. Quindi c'è un problema d'indentità, che solo il tempo potrà risolvere.

Voto: 6/10

Maurizio Mazzarella

EARTHRIDE - Something Wicked


Vengono dagli Stati Uniti d'America questi Earthride, per la precisione dal Maryland e sono attivi dal 1997. Questo "Something Wicked" è il loro terzo lavoro in studio e giunge a distanza di cinque anni dal precedente "Vampire Circus". Da un punto di vista strettamente musicale, la band americana assesta le proprie radici nel classico doom metal, ispirandosi ai Black Sabbath più cupi ed oscuri, con una netta predilizione per il mitico Ozzy Osbourne, ma nel proseguo vengono vuori anche tracce molto tipiche degli Electric Wizard, ma anche qualcosa tendente verso lo stoner. Poi ci sono le singolarità. Immaginatevi infatti Lemmy alla voce dei Black Sabbath di "Paranoid" o "Sabbath Bloody Sabbath" ed ecco che il gioco, attenzione, con le dovute proporzioni, è fatto. Il disco onestamente non è esaltante, non è butto, però onestamente al giorno d'oggi c'è davvero di meglio e la cosa che fa davvero più male, è che questo gruppo poteva fare davvero molto, ma molto di più. Brani sono molto cupi ed oscuri, non vedono mai un momento di luce. Certamente questo è l'intento del gruppo e dello stesso genere se vogliamo, ma manca il giusto entusiamo e la giusta grinta, mancano gli elementi carismatici che potevano rendere attrattico un disco che a conti fatti risulta troppo pesante ed indigeribile, con momenti trandizionali ed a volte più estremi che finiscono per rovinare quel poco di buono che c'è nel disco. Le doti tecniche sono relative e la produzione francamente è davvero mediocre, come questo album del resto.

Voto: 5/10

Maurizio Mazzarella

BLACK TUSK – Passage Through Purgatory (Re-Issue)


A quattro anni di distanza dalla sua uscita originale viene ristampato dalla solerte Relapse (che sembra puntare parecchio sulle ristampe da un po' di tempo a questa parte), il primo full length dei Black Tusk, band proveniente dalla Georgia statunitense. L'opera che viene riproposta è un concentrato di tutte le influenze della band che prende a piene mani da tradizioni diverse tra loro anche se da tempo oggetto di sincretismo da parte di diverse realtà. La band si definisce "swamp metal", e sicuramente qualche influenza dalle paludose regioni del sud c'è, ma l'autodedicata etichetta appare a conti fatti un po' pretenziosa. Lo stile dei nostri può essere facilmente inscritto nel filone stoner più metallizzato, con chitarre fuzzy, riff immediatamente memorizzabili e un buon tiro. Nelle parti più lente emerge con prepotenza l'amore di questi ragazzi per lo sludge ma anche per il doom più classico, con alcuni passaggi grezzi e plumbei alla Celtic Frost. Fino a metà album le linee direttrici sono queste. Non male, il disco scivola via piacevole anche se non riesce ad incidere fino in fondo. Senza infamia e senza lode insomma, un bel compitino di chi ha studiato la lezione di Kyuss e Queen Of The Stone Ages, si è andato a ripassare i Black Sabbath, e non si è dimenticato di cose più recenti tipo Kylesa e via discorrendo. Insomma si meritano la sufficienza ma non molto di più. E' dalla metà del disco in poi che le cose però si fanno più interessanti perchè alle influenze di cui sopra si aggiungono, man mano che il disco prosegue in maniera sempre più evidente, pregnanti dose di hardcore con cori sing-a-long e mid tempo spacca collo. Anche qui non si tratta sicuramente di un colpo di genio, ma questo innesto rende sicuramente più interessante la musica dei Black Tusk, avvicinandola senza omologarla a certo post-core nella sua accezione più fruibile. La riscoperta di una buona prima prova per un gruppo da tenere sotto'occhio.

Voto: 7/10

Michele Marinel

domenica 3 luglio 2011

THINNING THE HERD - Oceans Rise


Un sound che in effeti richiama in parte il grunge, ma che rimane tipicamente stoner. Le ritmiche cadenzate presenti nell'ultimo album della band newyorkese sono decisamente tipiche del genere e con delle sfumature drammatiche impresse anche dalla voce. Davvero molto fluidi ed intensi gli assoli di chitarra, che vanno quasi a richiamare il blues. I THINNING THE HERD sono una di quelle bands statunitensi che continuano a mantenere la dignità dello spirito "rock n' roll", classico della scena della città della grande mela. Molto intensi e quasi psichedelici anche i riffs che ogni tanto si alternano nell'album e soprattutto nella parte iniziale del sesto brano Wide Crossing. Oceans Rise è il titolo del nuovo prodotto realizzato nell'Aprile del 2011 e che succede al primo album del 2009 intitolato Devil Mask. Il gruppo, formatosi nel 2006, riesce a dare una bella impronta di sè con questo secondo titolo, della durata di circa quaranta minuti, che sembra essere, come qualità, di un gradino più in alto del primo.

Voto: 8/10

Mary Cerbino

venerdì 1 luglio 2011

A PALE HORSE NAMED DEATH - And Hell Will Follow Me


Archiviata l'avventura con i mitici Type "0" Negative, per i noti fatti che ormai ben sappiamo tutti e senza il vecchio amico Peter, Sal Abruscato ha deciso di non fermarsi ed ha messo in piedi questo progetto A Pale Horse Named Death. Forte di un contratto con la SPV e coadiuvato da Matt Brown dei Seventh Void, ecco che viena dato alle stampe il disco d'esordio di questo progetto intitolato "And Hell Will Follow Me". Vado dritto al sodo ed affermo anche senza alcun timore, che chi i aspetta una reincarnazione dei Type "0" Negative nel complesso non resterà deluso. Certo, ci sono le dovute differenze, ma l'anima e l'essenza ci sono tutte e basta ascoltare il disco per comprenderlo. Questo non è un confronto tra i due gruppi ed i due progetti, si commette un errore grossolano nel fare questo, ma è ovvio che un disco di questo tipo, in un momento determinato come quello attuale, può generare un certo tipo di aspettative, è una cosa normale e logica. Da un punto di vista strettamente musicale, gli A Pale Horse Named Death si assestano in un settore predefinito che va dal doom al gothic. Il suono della band è molto cupo ed oscuro e si rifà moltissimo ai primi lavori dei Type "0" Negative, ecco perché le radici di quel gruppo sono ben presenti. Viene meno la componente commerciale in favore di quella più metal e crepuscolare e Sal Abruscato dietro al microfono risulta assolutamente perfetto, almeno per quello che è il genere contenuto in questo disco. Lo stesso Sal Abruscato si occupa anche della batteria e di parte delle linee di chitarra, suddivise con Matt Brown che suona anche il basso. E' un duo che funziona, forte di brani d'impatto, forti nei contenuti musicali, impenetrabili grazie da un muro sonoro ruvido e robusto, colorato da una pacata melodia e da un maliconia speranzosa. E' un disco intenso e spontaneo, che non ha l'aria di essere studiato a tavolino, come spesso può accadare, tuttavia non è immediato nella presa, ma con più ascolti può essere compreso meglio il suo valore ed il suo spessore artistico. Discreta la produzione, appropriata per la musica degli A Pale Horse Named Death.

Voto: 7,5/10

Maurizio Mazzarella

martedì 7 giugno 2011

DESERT WIZARDS - Desert Wizards


Mettiamo subito una cosa in chiaro… Se pensate che il monicker indicato nel titolo sia foriero di un lavoro stoner oriented siete fuori strada. Si, i Sabbath un po’ ci sono, psichedelia invece ce né tanta, ma niente stoner. I Desert Wizards provengono da Russi, ridente cittadina romagnola, e si son formati nel 2007 grazie ad un’idea nata da tre amici (Mambo, Gito e Dallas) un pomeriggio al mare, ai quali poi si è unita la tastierista Anna. Iniziano le prove a base di covers di Atomic Bitchwax, Electric Wizard e Sleep, per poi passare a scrivere dei pezzi in proprio che sfociano nel debutto autoprodotto (DOS) del 2009 e che oggi viene riveduto e corretto grazie al sodalizio con la mitica Black Widow, con una scaletta diversa ed una veste grafica accattivante. E’ una musica ipnotica quella prodotta da questi ragazzi, tutti intorno ai trent’anni, ed allo stesso tempo atmosfericamente intrigante, riconducibile a quel mood che ruotava attorno a bands come Doors, Deep Purple Mark I (nessuno sembra mai ricordarsi dei loro primi due lavori, roba non da poco, come Shades Of… o Book Of Taliesyn) e naturalmente i Pink Floyd (quelli dei primi due albums) e più tardi Hawkwind. Ci sono alcuni momenti in cui leggere fughe hard ci possono ricordare i Led Zeppelin e i Black Sabbath ma sono episodi. La produzione curata nei Desert Studios di Gito è rigorosamente retrò e chi ha da ridir qualcosa sul fatto che oggi con la tecnologia bla bla bla… non riesce ad intravedere l’autenticità di una musica prodotta con l’anima, come quella dei Desert Wizard.

Voto: 7,5/10

Salvatore Mazzarella

giovedì 7 aprile 2011

BALROG - A Dark Passage


Grazie al cielo la scena è abbastanza florida, tanto che ultimamente ci capita di recensire alcuni album con un certo ritardo (per il quale come sempre ci scusiamo!)… come questo album d’esordio dei Balrog, band proveniente da Busto Arsizio (VA), già autori di due apprezzati demo, tra cui The Rise del 2008 che è stato completamente ripescato in questo Dark Passage, per essere completamente risuonato e cantato dall’odierno vocalist Stefano Castagna, molto più efficace del suo predecessore, dando quindi a queste composizioni lo spessore che meritano. Di heavy metal classico si tratta ma con la particolarità di essere abbastanza cupo senza sfiorare affatto il doom. Insomma, se osservate l’oscurità della copertina del cd (un po troppa a dir la verità, si fa fatica ad apprezzare l’artwork) state tranquilli che pari pari vi verrà restituita dalle casse del vostro stereo… E’ questa una peculiarità che i Balrog devono sfruttare, perché potrebbe essere la carta vincente per emergere in questo panorama tanto affollato. The Wait, il brano d’apertura, detta il mood dell’intero lavoro, dove oscurità ed epicità si danno la mano e cedono il passo alla seconda At the Black Gates, incentrata sugli scritti di Tolkien, più musicalmente complessa, con dei rallentamenti che aumentano la tensione già comunque molto alta. Immediata ed anthemica Shadows prima della malinconica strumentale Tears e così via sino a giungere al brano di chiusura Perpetual Circle, abbastanza intricato da sancire ulteriormente le capacità compositive del gruppo. Da sottolineare, in chiusura, la prestazione stellare del batterista Tommy Colombo. Che dire, My Graveyard non sbaglia un colpo e dà dimostrazione ancora una volta di essere l’etichetta top per il classic heavy metal tricolore.

Voto: 7,5/10

Salvatore Mazzarella

martedì 22 marzo 2011

BLOOD CEREMONY - Living With The Ancients


Un grandissimo disco, senza mezze parole, un grandissimo disco. I Blood Ceremony vengono dal Canada, per la precisione dalla città di Toronto e sono attivi da circa cinque anni. Questo nuovissimo "Living With The Ancients", edito per la Rise Above Records, è il loro secondo album in studio, che giunge a distanza di tre anni dall'omonimo disco d'esordio. Musicalmente la band canadese suona un classico heavy/doom, pondertamente Black Sabbath, ma certamente molto anni settanta, riconducibile alle classiche band del settore. Potremmo scrivere nomi di fiumi di band che ricordano questo gruppo, tipo Fireball Ministry, oppure Electric Wizard, Orange Goblin e Spiritual Beggars, ma quello che piace del gruppo canadese, è che sono in possesso di una personalità molto forte, di uno stile proprio che li differenzia in modo netto e marcato da qualsiasi altro gruppo del settore. I Blood Ceremony seguono un'identità precisa, ma spaziano verso mondi virtuosi, lo dimostra lo splendido lavoro delle chitarre di Sean Kenned, che ben si sposa con l'organo di Alia O'Brien, anche voce e flauto del gruppo. La voce femminile è un'altra caratteristica che rende i Blood Ceremony un gruppo certamente originale, come anche quelle chitarre stoner tipiche dei Monster Magnet sparate qua e la. Il disco è davvero bello, contiene dei pezzi molto intensi ed ispirati, ma soprattutto giova di una tecnica di grandissimo livello, un aspetto che conferma come lo spessore artistico di "Living With The Ancients" e della stessa band sia notevolmente elevato. L'unica pecca del disco, è certamente la produzione, troppo "antica" e fin troppo settantiana. Da un certo punto di vista il doom dovrebbe evolversi anche nel suono, in questo i mitici Cathedral erano dei maestri, peccato non ci siano più. Al centro di tutto però resta la musica e quella dei Blood Ceremony è di grande qualità.

Voto: 8/10

Maurizio Mazzarella

venerdì 31 dicembre 2010

PROCESSION - Destroyers Of The Faith


I Procession vengono dal Cile e sono attivi da circa quattro anni. Questo nuovissimo "Destroyers Of The Faith" è il loro disco d'esordio, che giunge sul mercato discografico dopo la pubblicazione di due demo e dell'EP "The Cult Of Disease" uscito lo scorso anno. Musicalmente la band cilena suona un affascinante doom metal, molto incline a quella che è la scuola tradizionale, ma nel complesso, risulta assolutamente inutile fare paragoni con una qualsiasi altra band, perché i Procession suonano talmente bene e sono talmente bravi, che all'apparenza non sembrano avere rivali, a conferma della loro massiccia personalità che indica una identità anche pittosto precisa. Il disco, come quindi risulta facilmente intuibile, è assolutamente egregio ed è completamente privo di pecche. Le canzoni sono compatte e sono anche dotate di un impatto molto forte, anche se per dirla tutta, "Destroyers Of The Faith" non è un disco assimilabile a primo colpo, questo a prescindere dal fatto che risulta un prodotto molto affascinante. La qualità delle canzoni, è quindi assolutamente eccelsa, a conferma delle pregevoli qualità compositive dei Procession, che riescono a trasfrerire in musica grande passione e notevole intensità. Spicca meno invece il fattore tecnico, comunque presente ed in modo massiccio, ma marginale, perché al centro di tutto persiste l'ottima qualità delle singole canzoni, che nella propria oscurità, trovano sempre spazio anche per momenti essenzialmente poetici. La nota negativa, è però contentuta in una produzione non del tutto all'altezza, che risilta troppo ovattata ed oscura. Un suono moderno, avrebbe certamente giovato maggiormente a "Destroyers Of The Faith", che a conti fatti è da considerare come un grande album se valutato esclusivamente nel proprio settore musicale.

Voto: 8,5/10

Maurizio Mazzarella

mercoledì 17 novembre 2010

BLACK RIVER - Black'n'Roll


I Black River vengono dalla Polonia ed annoverano al loro interno elementi di grosso calibro ben noti al grande pubblico, come il batterista Darek "Daray" Brzozowski (Dimmi Borgir, Vader) ed il bassista Tomasz "Orion" Wroblewski (Behemoth). Musicalmente sono attivi da due anni ed in questo arco di tempo hanno prodotto altrettanti dischi, ovvero "Black River" datato 2008 e questo pregevole "Black'n'Roll" dato alle stampe ormai da qualche mese. Musicalmente il gruppo polacco fonde almeno tre generi, passando tra heavy metal, stoner e rock'n roll. Fondamentalmente vengono alla mente gruppi come i ben noti Hellacopters, ma ci sono tracce evidenti dei Motorhead, che per dirla in modo franco e palese, risultano l'influenza principale dei Black River, senza poi dimenticare i Monster Magnet almeno per quanto riguarda le tracce stoner. Il disco è davvero molto bello e questo per tantissimi motivi. E' intenso, ispirato e si beve tutto d'un sorso, nel senso che scorre via che è una bellezza, facendosi apprezzare dall'inizio alle fine, anche per via delle grande qualità delle singole canzoni. E' impossibile infatti non innamorarsi di "Isabel", forse uno dei brani migliori del disco, il cui ritornello si stampa nella mente e non ti lascia più. "Black'n'Roll" è un gran bel lavoro per almeno due punti di vista. Il primo è la buona qualità compositiva dei singoli componimenti ed il secondo è lo spessore tecnico degli artisti coinvolti, che da un certo punto di vista, inducono "Black'n'Roll" anche a poter essere considerato come un classico del settore. Ottima la produzione, da questo punto di vista è stato fatto un lavoro molto professionale. Poche parole, gran bel disco.

Voto: 8/10

Maurizio Mazzarella

mercoledì 3 novembre 2010

ABYSMAL GRIEF - Misfortune


Tanti e tanti anni fa stavo guardando in televisione,non ricordo se Enzo Tortora o Mike Bongiorno e c’era un ospite che asseriva di riuscire a registrare le voci dei morti,addirittura ne aveva registrato un’intero ed ‘allegro’ coro. Essendo un bambino la cosa m’impressionò non poco,tanto da non averla mai scordata. Cosa c’entra direte voi? Bè,all’inizio di questo nuovo lavoro dei funerei Abysmal Grief vi è proprio un ‘allegro’ coro che mi ha riportato alla mente quella sera...Ma è giusto l’inizio,perché basta qualche secondo ed il primo devastante riff di chitarra ci scaraventa nell’ossario più profondo del cimitero…I nostri ‘allegri’ amici di Genova (altra città dopo Pesaro abbastanza diciamo così ‘esoterica’…) vedono finalmente pubblicato oggi su cd,dopo un po’ di vicissitudini e dopo la prima stampa esclusivamente su vinile uscita il 2 novembre (…e mi pare giusto!) 2009,il secondo lavoro,Misfortune appunto,dopo il primo omonimo album ed una lunga serie di ep,demo e singoli. Dunque eravamo giù nell’ossario vero? Sicuramente la musica di questo gruppo prende le mosse dai Death SS dell’epoca Sylvester/Chain nonchè da gruppi come St.Vitus e Cathedral proponendoci dei brani doom fino all’osso dove virtuosismi ed assoli vari vengono dispensati col contagocce (anzi son quasi del tutto assenti) mentre al contrario ci vengono propinati riff e refrain schiacciasassi ripetuti fino all’ossesso,accompagnati contemporaneamente da lugubre vocals e da tastiere efficacemente occulte…e sia chiaro senza mai scadere nella noia,anzi i brani per come son ben costruiti non fanno altro che accrescere il senso di disagio nell’ascoltatore…Se poi contemporaneamente vi ‘gustate’ il solito ottimo artwork propostoci da Black Widow che pubblica questo lavoro in un elegante e cimiteriale digipack…vi sentirete proprio nell’ossario di cui sopra,anzi per parafrasare il titolo di una delle canzoni ivi contenute vi sentirete nella Crypt Of Horror.

Voto: 7,5/10

Salvatore Mazzarella

martedì 2 novembre 2010

MONSTER MAGNET - Mastermind


I Monster Magnet non hanno certamente bisogno di alcuna presentazione, attivi ormai da oltre venti anni, la band statunitense raggiunge con questo nuovo "Mastermind" edito per la Napalm Records, quota otto in fatto di album prodotti in studio, facendo ritorno sul mercato discografico a distanza di tre anni dal precedente "4 Way Diablo". Musicalmente il suono del gruppo a stelle e strisce è ben conosciuto, il loro è una sorta di stoner rock massiccio, colmo di elementi metal tradizionali, ma anche molto moderni ed attuali ed anche "alternative" in certo senso. "Mastermind" è comunque un disco diverso dai propri predecessori, perché anche se il marchio di fabbrica è rimasto immutato, i Monster Magnet hanno messo da parte tutti quegli elementi più commerciali della propria musica, pur non tralasciando momenti particolarmente accattivanti ed estremamente melodici, capaci di rendere maggiormente attrattivo il loro sound. Ne viene fuori un disco coerente con il passato dei Monster Magnet, psichedelico e frizzante, ma anche molto duro e forte come deve suonare un disco di metal e rock composto con i sacri crismi. La prova di Dave Wyndorf poi dietro al microfono, è senza alcuna ombra di dubbio eccellente, tanto che in più d'un frangente ricorda il miglior Ozzy Osbourne ed in più momenti emerge anche maggiormente la sua personalità, quando la musica del gruppo statunitense diventa più aggressiva e robusta. "Matermind" poi, si conferma un lavoro dallo spessore tecnico elevato, grazie al buon lavoro della chitarra di Ed Mundell, essenziale e sempre molto efficace. Ottima anche la produzione, grazie ad un suono assolutamente all'avanguardia. Buon disco.

Voto: 7,5/10

Maurizio Mazzarella