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giovedì 15 settembre 2011

AXEL RUDI PELL - The Ballads IV


A prescindere dall'artista, non sono quasi mai stato un grande estimatore delle raccolte, anche se in alcuni casi possono risultare fondamentali per conoscere qualche band allo stato iniziale. Nel caso di Axel Rudi Pell la questione è differente, nel senso che l'artista teutonico non si limita a creare semplici compilation, ma crea delle raccolte delle sue ballate, dei suoi brani più intensi ed ispirati, consapevole del proprio spessore compositivo. A questo punto, è impossibile contestare un'operazione commerciale di questo tipo, perché ci consente di conoscere il lato più romantico e sentimentale di un artista che ha la poesia nel cuore. Questo The Ballads IV è ovviamente il quarto capitolo della serie e questo dimostra come Axel Rudi Pell ci abbia preso gusto a creare album composti da soli brani lenti, anche se la terza opera è ormai uscita ben sette anni fa. Con grande intelligenza, sono stati inseriti tre brani inediti nel disco, tutti ovviamente rigorosamente lenti, ma anche molto cupi ed oscuri, come se in questa particolare occasione Axel Rudi Pell abbia voluto far conoscere il proprio lato più profondo. Soprattutto Holy Diver è un pezzo davvermo molto triste, composto con uno stato d'animo sicuramente struggente. Questo rende obbligatorio l'acquisto anche da parte di chi ha tutto di questo arstista e francamente è una bella occasione per chi lo conoscre poco di gustare il lato più raffinato di un grandissimo chitarrista.

Voto: 7,5/10

Maurizio Mazzarella

lunedì 18 luglio 2011

ANDREA BRAIDO - Jazz Organ Trio


E' una vera emozione recensire questo cd e le ragioni sono molteplici: è l’ennesimo capolavoro di uno dei migliori axeman nazionali, viene pubblicato per un etichetta, Videoradio, che nell’arco di queste collaborazioni con la nostra testata abbiamo imparato a conoscere come sinonimo di qualità nell’inflazionato panorama dello shredding, vi suona la batteria Alex Napolitano, nostro concittadino (siamo di Taranto) seguitissimo da chiunque in città (…ma anche altrove) segua la musica seriamente, è stato registrato a Manduria, nella nostra provincia, dove non è difficile apprezzare il funambolico chitarrista, che spesso viene dalle nostre parti a “strimpellare” (nei credits è presente anche Ciccio Nigro, gestore del Go West le cui assi del palcoscenico più di una volta son state calcate da Andrea…). Come gran parte di noi ricorda, il nostro è salito alla ribalta come chitarrista di Vasco Rossi (e poi Zucchero, Eros Ramazzotti, Patty Pravo e la lista è ancora lunga… opsss! Dimenticavo la collaborazione col nostro Pino Scotto !!!) ma dovete sapere che il rocker di Zocca lo ha scoperto mentre in un locale si esibiva suonando jazz e fusion. Il disco che analizziamo è davvero fantastico, ve lo dico col cuore, perché quello che sentirete uscire dalle casse dello stereo è al limite del sovrannaturale. Tanto è l’impeto, la foga ma anche la smisurata tecnica e padronanza dello strumento che sono riversate lungo tutto l’arco del lavoro. Mai sentiti fraseggi così particolari ed innovativi (almeno nell‘ambito del genere proposto) come quelli che tra l’altro potrete sentire in No Gravity e Gilles Villeneuve. Non da meno sono Alex, appunto, e Vito Di Modugno all’organo, che seguono e contrappuntano con destrezza Andrea durante le sue scorribande. Se amate la MUSICA, maiuscole non a caso, fate assolutamente vostro questo lavoro. Grazie come sempre a Beppe Aleo. Per info www.videoradio.org .

Voto: 9/10

Salvatore Mazzarella

martedì 12 luglio 2011

STEVE SALUTO - Brown Eyed Soul


Forse direte che qui ad Informazione Metal ci facciamo prendere facilmente dall’entusiasmo. Però vi sfido ad ascoltare un album di tale caratura come questo Brown Eyed Soul e poi voglio ascoltare quello che avete da dire. Non ci stancheremo mai di dire che qui in Italia abbiamo tanti e tanti e tanti musicisti di spessore internazionale e non è un caso che sempre più artisti di terra straniera accettino di collaborare con quelli di casa nostra… e non credo sia solo questione di danaro. Pensate che il primo album solista di Steve Saluto è uscito nel 1999 e dopo una lunga serie di pubblicazioni a suo nome e collaborazioni con gente del calibro di Richie Cotzen, Jeff Berlin, Massimo Riva, Buddy Miles, Darryl Jones ecc. esce oggi con questo album davvero “tellurico”. Non solo rock ma anche tanto funk uscirà dalle casse del vostro stereo, brani dal groove micidiale che si giovano della prestigiosa collaborazione del grande Marco Mendoza (Thin Lizzy, Whitesnake, Ted Nugent) al basso ed alla voce (che classe e che soul ragazzi !!!), di Atma Anur (Cachopony, Greg Howe) alla batteria ma anche Doug Wimbish (Living Colours, Madonna, Michael Bolton) ancora al basso. E poi la superba chitarra di Steve la cui tecnica è sempre al servizio delle ottime composizioni. Come spesso facciamo non vi citeremo dei brani in particolare, perché questo tipo di albums sono assolutamente privi di fillers e vanno ascoltati dall’inizio alla fine… Provare per credere !!!

Voto: 8,5/10

Salvatore Mazzarella

venerdì 20 maggio 2011

BRIAN ROBERTSON - Diamonds And Dirt


Diciamo che nel complesso ai metallari più giovani il nome di Brian Robertson potrebbe probabilmente risultare sconosciuto, ma i metallari più anziani, quelli della vecchia guardia per intenderci non impiegheranno certamente molto tempo riconoscere ed inquadrare il chitarrista di nazionalità scozzese che ha militato in band di grosso calibro come Thin Lizzy e persino i Motorhead. Dopo l'addio a questi progetti passati per forza di cose queste band, il buon Brian Robertson ha fatto perdere quasi del tutto le proprie tracce e per molti anni non si è quasi mai sentito parlare di lui. Poi ecco l’occasione propizia, giunta con la pubblicazione di questo “Diamonds And Dirt”, primo album da solista dell’artista in questione, che nasce dal ritrovamento in soffitta di vecchie registrazioni di brani datati, alcuni dei quali scritti con la complicità del mitico Phil Lynott, brani ai quali vengono aggiunti anche una serie di classici degli stessi Thin Lizzy, risuonati per l’occasione e rivestiti di un nuovo sound. Si passa dal classico hard rock della traccia d'apertura a momenti più ruvidi, senza mai dimenticare il classico sound dei Thin Lizzy con brani come “Running Back” e “It’s Only Money”, adattate in base allo stile di Robertson. Poi c'è l’inedito “Blues Boy”, testimonianza palpabile del passato con Lynott, un brano lento dai tratti molto blues, che risalta le doti tecniche di Robertson che nonostante l'età si mantiene in grande forma. Non sono da meno poi i componenti che lo aiutano nel disco, come Ian Haugland degli Europe alla batteria, il cantante Leif Sundin dei MSG, entrambi davvero molto bravi. “Diamonds And Dirt”, pur non contenendo brani definibili da leggenda, è certamente un gran bel disco di rock, suonato in modo discreto ed intenso. Disco d'avere per chi ama queste sonorità.

Voto: 7/10

Maurizio Mazzarella

venerdì 13 maggio 2011

GLEN DROVER - Metalusion


Per la prima volta nella sua carriera Glen Drover si affaccia sul mercato imprimendo esclusivamente il suo nome sulla confezione di un cd. Sicuramente la maggior parte di voi lo conosce per la sua presenza dal 2004 al 2008 alla corte di mr. Mustaine (Megadeth of course…!!!) ma Glenn ha anche fondato gli Eidolon col fratello Shawn, che ancora resiste alle bizze del ‘redento’ Dave, e ha fatto parte del gruppo di King Diamond con cui ha inciso House Of God nel 2000. Il titolo di questo disco non è buttato lì per caso ma è la combinazione delle parole metal e fusion e questo la dice lunga su quello che andremo a sentire. Oè, sia chiaro, è un bel sentire !!! Perché innanzitutto abbiamo a che fare con un lavoro che non è la solita esibizione di shredding ma che nasce con la voglia di regalare qualcosa di inusuale a chi lo ascolta. Composto equamente da brani originali e covers, quest’ultime non sono certo quelle che ti puoi aspettare di trovare su un disco di un chitarrista metal. Parliamo infatti di autori come Al Di Meola, Frank Zappa e Jean-Luc Ponty (!!!) i cui brani sono rivisitati dalla chitarra di Glen in maniera degna di nota. Ricco il carniere di ospiti tra i quali spiccano Chris Poland (un altro metallaro appassionato di jazz e fusion) e Vinnie Moore sul primo brano Ground Zero, seguono Steve Smyth (Forbidden), Fredrik Akesson (Ophet), Jeff Loomis (Nevermore) oltre a Jim Gilmour (Saga) alle tastiere, Paul Yee (bass), Chris Sutherland (drums). Davvero un lavoro godibile fortemente consigliato !

Voto: 7,5/10

Salvatore Mazzarella

mercoledì 4 maggio 2011

RICCARDO CHERUBINI - Riccardo Cherubini


La chitarra si sa è lo strumento principe dell’hard rock ed è facile che molti fra noi ‘metallari’ siano particolarmente attratti da quei lavori d’impronta marcatamente chitarristica. Allora fate bene attenzione, perché qui in Italia non siamo secondi a nessuno ed il panorama artistico, specie nell’ambito della sei corde, è particolarmente ricco e variegato. Pochi giorni fa abbiamo recensito ed intervistato il bravissimo Luigi Schiavone, ora è il turno di un altro ottimo axeman, il cui ultimo omonimo lavoro esce per la stessa etichetta, la solerte VideoRadio. Parliamo di Riccardo Cherubini, chitarrista studio e live per Marco Masini, che in questo cd mette in mostra tutto il suo talento in fase di songwriting ed il gusto nella scelta degli arrangiamenti, oltre alle elevate capacità esecutive. Abbiamo a che fare con 11 brani, dieci strumentali ed uno cantato, di matrice rock con sfumature alternativamente blues, pop ma anche leggermente jazz e prog in un paio di brani, che coinvolgeranno nell’ascolto non solo i cultori della sei corde ma anche l’ascoltatore occasionale in quanto, in base a quanto dicevamo prima, Riccardo ha dato precedenza al mood complessivo dei pezzi ed ha evitato un’esibizione di tecnica (che comunque c’è e si sente) fine a se stessa. Vi faccio notare il fatto che i migliori lavori strumentali arrivano proprio dalle mani di questi artisti coinvolti nel panorama mainstream rispetto a quelli prettamente metal, segno che le svariate esperienze in studio e dal vivo con artisti e generi di diversa estrazione lasciano il segno. Di rilievo anche la lista degli ospiti coinvolti tra cui blasonati colleghi di strumento come Rodolfo Maltese, Luigi Schiavone e Ricky Portera. Un ringraziamento per la collaborazione col nostro blog a Beppe Aleo, master mind di VideoRadio/Rai Trade, grazie alla cui volontà vedono la luce ottimi lavori come questo.

Voto: 8,5/10

Salvatore Mazzarella

lunedì 18 aprile 2011

LUIGI SCHIAVONE - 16 Steps To The Sky


Sedici sono i gradini che portano alla mansarda di casa, il posto dove Luigi Schiavone trova la giusta concentrazione per concretizzare i suoi guizzi geniali in composizioni musicali di smisurato valore e sicuro successo, com’è stato per Quello Che Le Donne Non Dicono, un brano che fa parte della leggenda del pop nazionale a cui ha dato la voce Fiorella Mannoia, scritto in coppia con Enrico Ruggeri, di cui Luigi ne è il chitarrista e partner artistico per eccellenza da sempre. Ed è accanto a quest’ultimo che il nostro ha avuto modo di crescere come strumentista e come compositore, tra decine di dischi, collaborazioni con altri artisti e centinaia di date dal vivo che hanno fatto di lui uno dei più apprezzati axeman nazionali. Artista talentuoso ed intelligente, ha sempre messo la tecnica a servizio del risultato finale, creando uno stile riconoscibilissimo tra mille quando va in assolo sui brani e che si distingue per pulizia, eleganza ed incisività. Il lavoro che stiamo recensendo esce a 14 anni di distanza dal precedente album solista (intitolato semplicemente III) ed è costituito da 10 brani interamente strumentali, totalmente arrangiati e suonati in tutte le loro parti dal chitarrista, che vi ha profuso tutte quelle idee che magari non hanno trovato posto nel repertorio di Enrico e dove ha messo in mostra il suo eclettismo compositivo e strumentale. Catapultati in corsa sulla Route 66 con l’opener My New Wyoming, si passa poi alla riflessiva e sognante So Nice. Blues rock condito da tanto groove in Black And Blues, una intro ambient sfocia in un hard rock molto armonico in A New Heart, mentre un vero e proprio trionfo di melodia è Hymn For Miroslav. Si ritorna al rock col roccioso mid tempo di Stay Hungry, Stay Foolish che precede il torrenziale southern rock di Magilla Godzilla. Il pianoforte apre la delicata Nocturne, dove la chitarra con suadente lirismo regala una melodia toccante… A giudizio di chi scrive l’apice di questo lavoro. Si chiude con l’ammiccante e sorniona Chill Bill e con la sperimentale Look At Me che dimostrano ulteriormente l’ampiezza di vedute dell’artista. Davvero elegante il digipack che racchiude il supporto ottico, nelle cui foto interne fa bella mostra di se la magnifica Schecter Luigi Schiavone Signature. Un disco a cui ogni amante della sei corde non può e non deve rinunciare. Per info www.luigischiavone.it oppure www.videoradio.org.

Voto: 8,5/10

Salvatore Mazzarella

venerdì 1 aprile 2011

DOMENICO CATALDO - The Way Out


Chitarrista di origini campane, ha nel suo carniere un curriculum formativo di tutto rispetto (ha approfondito lo studio dello strumento presso il mitico CPM di Franco Mussida a Milano) che lo ha portato ad essere un’artista tecnicamente preparatissimo e poliedrico nelle sue espressioni musicali. Parallelamente ad una serie di collaborazioni, Domenico Cataldo continua a curare con attenzione la sua carriera solista che, dopo aver settato meglio qualche particolare, potrebbe dargli molte soddisfazioni. Ha ragione Domenico a definirsi un artista ‘progressive’ e d’altro canto dicevamo in apertura della sua poliedricità… Le svariate influenze recepite fin dalla giovanissima età (i chitarristi che tutti cominciamo ad ascoltare come The Edge, Knoplfer, Clapton, Santana ed in seguito Vai, Satriani e Petrucci) combinate alla successiva maturazione, si estrinsecano in questo cd, interamente strumentale, formato da composizioni che oserei definire ‘colorate’. Svariati cambi d’umore, d’atmosfera, dal rock al funky, dalla fusion all’ambient… Momenti ora riflessivi, ora esplosivi, insomma circa trenta minuti di musica davvero intensa, dove Domenico ha pensato davvero a tutto, tranne che al pianoforte ad opera di Samuele Dotti. Un disco sperimentale dunque, ma che ha il pregio di non annoiare grazie alle piacevoli armonie comunque mai banali, che piacerà ai puristi dello strumento ma anche a chi lo dovesse ascoltare occasionalmente. Un unico appunto…questi brani messi in mano ad una vera e propria band e con una produzione migliore potrebbero davvero rivelarsi una sorpresa. Il cd lo potete trovare presso www.videoradio.org.

Voto: 7/10

Salvatore Mazzarella

mercoledì 2 marzo 2011

STEVE MORSE - Speciale Ristampe Metal Mind


Molti di voi conoscono Steve Morse come colui che nel 1994 ha sostituito il musone,l unatico ma geniale Ritchie Blackmore nei Deep Purple, dei quali è ancora il loro axe-man, ma è una lacuna non da poco, tenuto conto che prima di portare il suo eterno sorriso (oè, ci fosse una sola foto col muso…è sempre sorridente, beato lui…) nella musica profondo porpora, ha fondato i talentuosi Dixie Dregs, gruppo dove jazz, fusion, funky, folk e prog convivono tranquillamente, con i quali ha varato una discografia di tutto rispetto oltre alla notevole fama conquistata specialmente tra gli appassionati. Poi tra il 1986 ed 1991 ha militato nei mitici Kansas, con i quali ha pubblicato due dei loro migliori albums (Power ed In The Spirit of Things), nel frattempo è venuta anche la Steve Morse Band … Insomma, come vedete un percorso notevole che con l’approdo nei Deep Purple ha trovato il giusto coronamento alla già notevole fama di Steve, che ha portato tutto il suo talento in questi ultimi, permettendo loro inoltre di rinfrescare positivamente il loro sound e di pubblicare albums innovativi e di notevole spessore. Contemporanemente Steve ha continuato la sua carriera solista ed oggi la grandissima e mitica Metal Mind ce ne ripropone ben tre che giungono nelle nostre mani in bellissime e curatissime confezioni digipack, come da sempre è costume dell’etichetta polacca. Il primo lavoro è High Tension Wires dove il chitarrista torna a collaborare con i suoi vecchi compagni dei Dixie Dregs, per quanto in molti pezzi ci sia esclusivamente il suo lavoro. Tutte le mille sfaccettature del sue stile convivono in questo lavoro ed è fondamentale puntualizzare che qualsiasi nota suonata dal nostro non è mai banale, si tratti di un brano lento, si tratti di una cascata di note ! E quindi abbiamo le ariose atmosfere di Ghostwind, Country Colors ed Endless Waves, i madrigali di The Road Home, Highland Wedding e Looking Back, la fusion di Leprechaun Promenade, il divertissement (sentite, sentite !!!) di Tumeni Notes (scritto proprio cosi !!!) ed il magnifico finale con Modoc. Il secondo lavoro preso in esame, Southern Steel, esce nel 1991 (a due anni di distanza dal precedente) sotto il monicker Steve Morse Band dove il nostro, accompagnato da due fidi compagni (è un trio alla fine), ci regala una gemma di jazz, rock e fusion dove tutti i brani sono da gustare senza distogliere l’attenzione… ascoltando questo disco nella sua interezza capirete cosa vuol dire sentire la chitarra parlare. Point Countrpoint, l’ultimo brano del disco, è la dimostrazione che oltre ad avere abilità manuali notevoli, Steve ha un’immensa conoscenza di storia e di teoria della musica. L’ultima ristampa proposta, Coast To Coast, è la summa di quanto di buono il chitarrista ha prodotto nella sua carriera sino a quel momento (siamo nel 1992). E’ un album che lascia senza fiato per le composizioni, le armonie e la sinergia creata dal chitarrista con Dave La Rue al basso (assolutamente mostruoso) e Van Romaine alla batteria. Vi posso solo dire che la triade centrale composta Morning Rush Hour, Runaway Train e Long Lost è da brividi, come tutto il resto dell’album comunque. Insomma che dire, spero solo che questo articolo susciti davvero la vostra curiosità e vi stimoli a scoprire quello che può essere ritenuto uno degli axeman più geniali del mondo, che non è affatto da meno ad uno Steve Vai o un Joe Satriani, anzi…

Voto: 9/10

Salvatore Mazzarella

venerdì 12 novembre 2010

PAUL GILBERT - Fuzz Universe


E’ di questi giorni la pubblicazione a cura di Mascot Records del terzo lavoro solista interamente strumentale di Paul Gilbert (Racer X e Mr.Big),uno di quei pochi chitarristi che in un panorama inflazionato qual è quello degli shredder riesce a risaltare come uno dei più autorevoli e geniali. Ma anche uno dei più amati,vista la folla che richiama ogni qualvolta il suo nome è in cartellone anche in piccoli locali sia per concerti sia per veri e propri seminari dove condivide molti dei suoi segreti ‘artistici’. Ed è anche uno dei più simpatici ed ‘umani’ visto il modo in cui si dona al pubblico durante e dopo questi momenti musicali. Una simpatia evidente in ognuno dei suoi lavori a partire dagli artworks dove non lo troverete mai in pose di stampo ‘malmsteniano’ ma sempre particolarmente conciato in modo da strappare un sorriso. È un musicista che mette cuore in quello che fa,lo si può sentire a pelle se si riesce a superare lo spiazzamento iniziale che può subire l’ascoltatore data la complessità delle sue composizioni,la costante velocità delle sue plettrate,l’immensa varietà della musica proposta,la profonda ricerca sui suoni della sua chitarra. Questa volta però la soglia da superare è un po più alta rispetto al magnifico Silence Followed By A Deafening Roar,uscito nel 2008,questa è infatti l’unica pecca che possiamo imputare a questo lavoro che comunque contiene pezzi davvero belli ed efficaci come Don’t Fire On My Firewood o Bitter Up che si alternano però ad alcune composizioni eccessivamente prolisse…che sia chiaro faranno comunque la gioia di chi ama questo grande artista.

Voto: 7,5/10

Salvatore Mazzarella

martedì 9 novembre 2010

KIKO LOUREIRO - Fullblast


Originariamente uscito nel 2009,viene ristampato e reso maggiormente reperibile dalle nostre parti,grazie alla Mascot Records,questo piccolo gioiello a firma di Kiko Loureiro,uno dei due axe-man dei brasiliani Angra,anche’essi appena usciti sul mercato col nuovo Aqua. Cosi come la band madre che ha sempre sfornato lavori di spessore e con elementi innovativi di volta in volta,anche il chitarrista esce con col suo nuovo lavoro solista che conferma il suo eclettismo stilistico,figlio del suo innato talento nonché dello spirito latino che necessariamente fa parte del suo DNA che,accoppiato alle elevate capacità tecniche,gli permette di produrre l’ennesimo lavoro (il terzo dopo i sempre brillanti No Gravity ed Universo Inverso) di jazz/rock e musica latina,si articolato e complesso ma palesato alle orecchie dell’ascoltatore attraverso armonie ariose e ricche di tocchi di classe distribuiti a profusione,tenuto anche conto che Kiko è un grande esperto di sweep picking e tapping. Altra cosa da non trascurare è che stiamo parlando di un lavoro interamente strumentale che fa divertire,non annoia affatto e mette d’accordo chi ama ascoltare lo shredding più esasperato con chi invece vuole ascoltare musica per il semplice piacere di farlo. Accompagnano il chitarrista musicisti del calibro di Felipe Andreoli (Angra) al basso e Mike Terrana alla batteria (serve presentarlo?...non credo!). Cercate di ascoltare questo disco a tutti i costi…non ve ne pentirete!!!

Voto: 8,5/10

Salvatore Mazzarella

venerdì 22 ottobre 2010

GABRIELE BELLINI - Human’s Sound Signal


Con colpevole ritardo recensiamo questo cd del maestro Gabriele Bellini,uno dei chitarristi più originali del panorama musicale italiano,con svariate collaborazioni alle spalle e già autore di tre interessanti lavori,in gran parte strumentali, tra cui l’ultimo Evolution di cui abbiamo già parlato su queste pagine. Questo Human’s Sound Signal raccoglie per la maggior parte i brani cantati dei sopracitati cd in versione rielaborata per l’occasione più altri tre inediti e si conferma ancora una volta un lavoro di non facile assimilazione… ma vedete non è una cosa affatto negativa! E uno di qui lavori che devi ascoltare una,due,più volte fino a quando una volta assimilato diventa uno di quei lavori a cui rimani più affezionato. Gabriele Bellini conferma la sua natura non di semplice strumentista ma di vero sperimentatore dello strumento,sempre alla ricerca di nuovi orizzonti sonori,alla ricerca di barriere da abbattere,perché nel suo sound non ci trovate solo metal… c’è di tutto: rock, blues, folk, rap, pop non solo negli assoli ma anche nelle soluzioni ritmiche sempre ricercate e particolari. Insomma, per essere più chiari diciamo che Gabriele Bellini sta alla chitarra come Devin Townsend stà all’heavy metal… mica male come termini di paragone, credete ???

Voto: 8/10

Salvatore Mazzarella

mercoledì 9 giugno 2010

AXEL RUDI PELL - The Crest


Trent’anni di attività e quattordici album compreso quest’ultimo (escludendo live e raccolte) per chi ormai in Germania è un’istituzione dell’heavy metal al pari di gente come Helloween, Gamma Ray, Doro, Udo ed in ambiti più estremi Sodom, Kreator e Destruction. Forse le sue evidenti velleità blackmoriane hanno costituito un limite per la sua affermazione oltre i patri confini ma da buoni amanti della nostra musica sappiamo bene quanto i tedeschi abbiano ottimi gusti e quindi ci possiamo fidare!!! Questa volta però le influenze che marcano l’intero lavoro sono da ritrovarsi nelle trame musicali dei classici sabbathiani era Tony Martin (Headless Cross, Tyr) ed infatti un titolo come Prelude Of Doom posto all’inizio lascia intendere cosa ci dobbiamo aspettare. Una serie di brani ora hard, ora più heavy in tipico stile ottantiano come nell’attacco deciso di Too Late col singer italo-americano Johnny Gioeli e le robuste chitarre sugli scudi. Anche ascoltando la successiva Devil Zone non possiamo non pensare agli album di cui si parlava prima non solo per l’impostazione del cantato o per i suoni e le trame imbastite dalla chitarra (veramente più che Blackmore sembra proprio di sentire lo Iommi di quel periodo) ma anche per i tappeti di tastiere. I brani comunque sono tutti di qualità e raffinata fattura (in particolare piacevole la strumentale Noblesse Oblige) rivestiti dall’ottima produzione di Charlie Bauerfeind e suonati dalla solita line-up (squadra vincente non si cambia…) che vede nelle sue file musicisti d’esperienza che ben sanno il fatto loro e che mettono la loro perizia a servizio delle canzoni: un talentuoso singer come Gioeli ben adatta le sue corde allo spirito dei brani, Axel è sempre misurato nei suoi assoli e poi lo stesso Mike Terrana… niente doppia cassa!!! Penso che il quadro della situazione sia chiaro… se vi piace Axel Rudi Pell, se vi piace il metal del periodo appena descritto, se volete un buon disco solido come la roccia con delle belle canzoni… accattatavill’ !!!!!

Voto: 7,5/10

Salvatore Mazzarella

martedì 18 maggio 2010

GRONHOLM - Eyewitness Of Life


Questo Mika Grönholm è un chitarrista finlandese, dotato di molto talento per dire subito la verità e questo "Eyewitness Of Life", edito dall'etichetta Lion Music, è il primo disco in studio messo insieme dalla sua band, completata da Markku Kuikka dietro al microfono e Tom Rask alla batteria. Il basso è invece suonato dallo stesso artista scandinavo. A differenza di tanti guitar hero, Mika Grönholm non suona musica per esempio alla Steve Vai, alla Paul Gilbert o alla Ritchie Kotzen, non si concentra sul rock o sul fusion, ma suona quello che gli piace di più, ovvero il progressive metal ed il rock progressivo. Questo non significa che questo genere non sia capace di mostrare la classe di Mika Grönholm nella sua totalità, assolutamente, altrimenti non esisterebbe anche un certo John Petrucci. Come punti di riferimento principali però, non ci sono i Dream Theater, anche se l'influenza della band di Portnoy e compagni è ben presente, bensì i Queensryche ed i Rush, due band che lasciano un'impronta palpabile ed indelebile nella musica del progetto Gronholm. Il disco lo diciamo senza alcun indugio, è molto buono, nel senso che si lascia ascoltare ed apprezzare senza grossi intoppi dalla prima all'ultima nota. Il livello del disco è molto elevato, sia da un punto di vista compositivo, con brani molto intensi ed ispirati, che da una dimensione completamente tecnica, con Mika Grönholm al centro di tutto, ovviamente, anche se nel complesso non si lascia andare in assoli ultra lunghi ed eccessimente difficili da comprendere, in particolare per chi non è un purista della chitarra. Altra chicca presente nel disco, è la presenza nell'ultimo brano "Place For Freedom" in veste di guest di Ty Tabor e Derek Sherinian, due perle che valgono da sole l'acquisto di questo pregevole "Eyewitness Of Life". Buon disco, dategli senza problemi una possibilità.

Voto: 7/10

Maurizio Mazzarella

mercoledì 12 maggio 2010

CYRIL ACHARD - Violencia


Questo Cyril Achard è un chitarista francese dotato di grande qualità ed una moltitudine di talento, non a caso nel proprio passato annovera collaborazioni eccellenti con musicisti del calibro di Mike Terrana. "Violencia" è il suo disco solista che ci mostra l'estro del chitarrista gallico in tutto il proprio splendore. Accompagnato da Franck Hermanny al basso ed Eric Lebailly alla batteria, Cyril Achard sforma il classico disco che ti attendi da un chitarrista talentuoso, che si giostra tra fusion e rock con grande disinvolutura, ricordando maestre del settore come Paul Gilbert, Ritchie Kotzen, Steve Vai e via discorrendo. "Violencia" è davvero un buon disco, facile da digerire, perché anche se complesso, gode di una semplicità d'assimilazione di fondo e questo rende grande Cyril Achard come musicista a tutto tondo. Il disco come ampiamente intuibile, è completamente strumentale, quindi si dimostra di gran lunga indicato ai puristi dello strumento, ovvero coloro che sono cresciuti con pane, burro, marmellata chitarra. Ottima anche la produzione, il suono di "Violencia" è molto pulito e si dimostra particolarmente moderno ed attuale a prescindere dallo stile del musicista in questione che praticamante classico e tradizionale. Tra i componimenti di maggiore spessore segnaliamo il brano d'apertura "Brutalize", la successiva "Saint Hetfield" e l'incredibile "All Or Nothing". Poche parole, se amate la chitarra questo è un disco d'avere senzaa mezzi termini.

Voto: 7/10

Maurizio Mazzarella

giovedì 22 aprile 2010

SLASH - Slash


Primo album solista per l’ex axe-man dei Guns n’ Roses, se escludiamo Slash’s Snakepit e Velvet Revolver,e primo colpo a segno rispetto all’ex compagno Axl. Concordo pienamente con chi dice che questo doveva essere il vero nuovo album dei Guns e tra l’altro non ci sono voluti certo vent’anni per produrlo. E Slash ha fatto le cose in grande, il disco è davvero esaltante,tredici canzoni tutte singoli potenziali ed ognuna assegnata ad un singer diverso. Non potendo contare su un grande come Axl senza batter ciglio ha chiamato a se altrettanti grandissimi front man…Qualche esempio: una Ghost piena di feeling per la voce di Ian Astbury,la cupa Crucify The Dead per Ozzy Osbourne che Slash ricama in sottofondo con la sua chitarra, ispiratissima Promise dove Chris Cornell ed il nostro regalano una prestazione incredibile,veloce grezza e perfettamente calzante per la voce di Lemmy Doctor Alibi, pausa strumentale con Watch This dove gli ospiti sono ben due e cioè Duff McKagan al basso e Dave Grohl alla batteria dove un po di autocompiacimento non guasta mai. C’è anche Iggy Pop che chiude il tutto alla grande in We’re All Gonna Die...ed ancora altri in mezzo. Ogni canzone si adatta agli interpreti senza però snaturare l’attitudine tipica della chitarra slashiana (ovunque si possono sentire grandi assoli ed il suo bending micidiale). Sicuramente è uno dei più grandi dischi hard rock del 2010, forse il migliore.

Voto: 9/10

Salvatore Mazzarella

martedì 13 aprile 2010

MATTSON - Tango


Lars Eric Mattsson è un chitarrista molto, ma molto particolare. Finlandese di nascita, ha inziato la propria attivita musicale nel 1987, sfornando una moltitudine di album, ben dodici per l'esattezza, contando anche questo ultimo "Tango", edito per la Lion Music, che esce sul mercato discografico a distanza di due anni dal precedente "Dream Child". Musicalmente "Tango" ha tutto per piacere agli amanti della chitarra, per chi fa di gente come Steve Vai, Jos Satriani, Andy Timmons e via discorrendo, la ragione principale della propria esistenza. Il sound di Mattson è però più vario e versatile. Nel senso che sono presenti i classici contenuti fusion che possono ammaliare chi ascolta, ma il chitarrista finlandese non si ferma qui, perché ad uno stile ponderatamente complesso, associa momenti più semplici da assimilare. Il tutto avvolto in un mix di progressive metal d'annata ed attuale, shred e soprattutto hard rock. Ci sono momenti duri, ma anche estremamente affascianti, questo rende "Tango" facile da apprezzare e mai monotono. Ci sono brani tecnicamente dal grande valore tecnico, anche estasianti in alcuni momenti, altri invece dal sapore più commericiale che possono raggiungere un pubblico più vasto. Piace di Mattson poi la grande ispirazione, la propria vena poetica, forse riconducibile a quella vena di cristianità presente in modo palese e palpabile nei propri testi. Un buon disco insomma, che gode anche di una buona produzione, cosa da non trascurare, perché consente a "Tango" di suonare in modo molto moderno ed attuale. Ma al centro di tutto, c'è sempre la chitarra di Mattson e se amate questo strumento, amerete anche questo disco.

Voto: 7/10

Maurizio Mazzarella

sabato 10 aprile 2010

TIAGO DELLA VEGA - Hybrid


Tiago Della Vega è in assoluto il chitarrista più veloce del mondo. Un riconoscimento del tutto certificato del quale il chitarrista brasiliano ne va del tutto orgoglioso e non potrebbe essere altrimenti. Questo "Hybrid" è il primo vero lavoro solista del buon Tiago Della Vega e nel retro del libretto dell'album, ecco mostrato il certificato che mostra la reale velocità con la chitarra dell'artista in questione. Nonostante questa imemnsa velocità, Hybrid non mette in mostra affatto questa qualità di Tiago Della Vega. Siamo di fronte ad un buon disco nel complesso, l'deale per chi ama ascoltare i chitarristi e per chi è un grande amante della chitarra. I contenuti non sono molto diversi da quelli di lavori di Steve Vai o Joe Satriani e questo a conferma del grande spessore artistico di Tiago Della Vega. "Hybrid" contiene nel complesso otto brani, raccolto in poco meno di trenta minuti, tutti perlopiù strumentali e congrui per restare estasiati. Siamo comunque di fronte al classico album destinato a coloro che amano questo genere di musica, tutti gli altri infatti rischiano di annoiarsi, proprio per la complessità dei contenuti di Hybrid. Presenti tutti componimenti nati dalla mente del chitarrista carioca, tranne un piccolo tributo a Paganini, cosa che accomuna Tiago Della Vega ad un certo Malmsteen. Enorme lo spessore tecnico, enorme il valore compositivo, dose si spazia tra il fusion ed il rock. Buona anche la produzione. Disco buono, ma solo per gli amanti del settore.

Voto: 7/10

Maurizio Mazzarella

martedì 23 marzo 2010

CHARLY SAHONA - Naked Thoughts from a Silent Chaos


Charly Sahona è un chitarrista francesce, meglio conosciuto per la sua militanza nei Venturia, band con la quale ha inciso due dischi in studio. Questo "Naked Thoughts from a Silent Chaos", edito per la Lion, è il suo primo lavoro da solista, dove si discosta ponderatamente dallo stile della sua band madre, dando libero sfogo al proprio estro ed al proprio talento, ma soprattutto alle proprie peculiarità da un punto di vista prettamente compositivo. Anche se si tratta di un chitarrista, non siamo di fronte al classico lavoro che potresti aspettarti dal semplice clone del Satriani o dello Steve Vai di turno, o addirittura del maniaco di Malmsteen, ma Charly Sahona ha cercato di realizzare un disco molto personale, spaziando tra diversi stili e sonorità. Ne viene fuori un disco gradevole, capace di spaziare per la maggiore tra il rock progressivo ed il metal, strizzando fortemente l'occhio a sonorità anche a volte commerciali, ma soprattutto molto moderne e di prospettiva. Ovviamente il buon Charly, che si è occupato anche di tutte le parti vocali, non poteva certamente fare tutto da solo e per l'occasione si è fatto aiutare dai suoi compagni dei Venturia Thomas James-Potrel al basso e Diego Rapacchietti alla batteria. "Naked Thoughts from a Silent Chaos" è un album dai connotati spiazzanti, perché non si assesta solo nel metal, ma spazia anche tra sonorità tipiche anche di gruppi più conosciuti, come i Muse ad esempio. In questo s'intreccia in modo egregio il talento di Charly Sahona, che dona lustro ad ogni componimento con i propri assoli taglienti, incisivi e mai inopportuni, il tutto impreziosito anche da un buon lavoro delle tastiere suonate dallo stesso artista francese. "Naked Thoughts from a Silent Chaos" è quindi un disco consigliato non solo a chi ama la chitarra ed i chitarristi di ogni genere, ma anche a chi semplicemente adora scoltare della buona musica.

Voto: 7/10

Maurizio Mazzarella

venerdì 19 marzo 2010

MARTY FRIEDMAN - Tokyo Juke Box


Allora David Ellefson è tornato nei Megadeth in occasione del ventennale di Rust In Peace. Certo sarebbe stato bello che anche Nick Menza (problemi fisici e divergenze musicali permettendo) e Marty Friedman fossero della partita! In effetti questa è stata l’ultima grande line up di cui ha goduto il dispotico Dave Mustaine dato che in seguito si è sempre circondato di musicisti tecnicamente ineccepibili,non ultimo il guitar hero Chris Broderick,ma piuttosto anonimi. Ed allora l’unico modo che abbiamo adesso di godere del talento di Marty è unicamente mediante il materiale solista ed il chè non è un male. Vi ricordate i Cachopony? Quelle tonnellate di chitarre intense come un’intera orchestra con suadenti melodie che quando poi sfociavano negli assoli ti trapassavano il cervello da un orecchio all’altro ? E poi avrete letto da qualche parte che Marty apprezza molto il pop melodico in particolare quello italiano (evito di fare nomi se nò rischio il linciaggio)? Sapete anche che la sua seconda patria è il Giappone vero? Allora combinate bene tutti questi fattori ed avrete l’idea esatta di questo Tokyo Juke Box. Famose melodie pop giapponesi rivisitate in chiave esclusivamente chitarristica dal nostro. Potenza ed aggressività del rock unita a melodie e ritmiche straordinarie col valore aggiunto del suo talento. Un album si completamente strumentale ma che non ti annoia… anzi !!! Vivamente consigliato.

Voto: 7,5/10

Salvatore Mazzarella